Riorganizzare il sistema idrico
Negli ultimi anni il tema dell’acqua è tornato più volte alla ribalta dell’attualità politica, quasi sempre perchè legata all’emergenza del momento. Nella primavera del 2023, mentre il sud faceva i conti con la siccità e l’Emilia-Romagna si trovava sott’acqua per l’alluvione, il Governo ha risposto con decreti legge per il soccorso e la ricostruzione senza poi pensare al dopo.
È il limite di un approccio ormai strutturale alla gestione dell’acqua in Italia dove si naviga a vista tra un’emergenza e l’altra, mentre i problemi di fondo (la frammentazione della governance, l’età delle infrastrutture, la cronica carenza di investimenti) restano sempre gli stessi, perché nessun Governo si è mai voluto prendere la briga di intervenire sulle cause strutturali.
Criticità
✘ Il sistema idrico migliora ma gli squilibri territoriali restano
La riforma avviata con la Legge Galli (L. 36/1994) ha fatto progressi significativi visto che oggi l’86% della popolazione vive in comuni con gestore unico ma la sua attuazione resta incompleta e disomogenea sul territorio:
- in 1.310 comuni per circa 6,9 milioni di abitanti (12% della popolazione), soprattutto al Sud, le gestioni “in economia” investono appena 22 €/abitante (2024), contro i 64 € delle gestioni specializzate.
- Persiste una forte disomogeneità territoriale nei prelievi:
- più del 96% di gestione specializzata in Appennino Settentrionale, Centrale, Sardegna e distretto del Po,
- 12-30% in Sicilia, Appennino Meridionale e Alpi Orientali.
- Le competenze istituzionali restano frammentate tra ARERA (tariffe), MIT (pianificazione), Commissario (emergenze) e Regioni (regolazione, pianificazione e organizzazione del Servizio Idrico Integrato).
- La rete di distribuzione non è integrata a livello nazionale vista l’esistenza di oltre 2.100 reti gestite separatamente, spesso senza interconnessioni tra un ambito e l’altro. Così si spiega il paradosso siciliano per cui si applica il razionamento nonostante cada una quantità d’acqua pari a 9 volte il fabbisogno regionale.
- Permangono criticità di governance locali in Sicilia (affidamenti mai completati in diversi ATO, come Messina, Ragusa e Trapani, con gestione ancora in capo ai Comuni) e in Campania (affidamento in house nel distretto di Caserta contestato dall’AGCM, con ricorso al TAR nel 2024).
✘ Le infrastrutture sono vecchie e inefficienti
Tanto i prelievi quanto le erogazioni presentano gravi criticità, che si riflettono sia sullo stato fisico della rete sia sulla percezione dei cittadini.
- Il nostro sistema spreca l’acqua prima ancora che arrivi ai cittadini:
- Le perdite della rete idrica nazionale ammontano al 42,4%, con picchi a Potenza (71%) e Chieti (70,4%);
- solo l’11% delle acque piovane viene raccolto (Spagna: 36%);
- le dighe inutilizzate o non operative disperdono 4 mld di m³ d’acqua ogni anno, soprattutto in Sicilia e Calabria.
- Le reti fognarie sono ancora incomplete:
- 6,6 milioni di cittadini non sono allacciati alla rete fognaria comunale,
- l’Italia resta soggetta a 4 procedure di infrazione UE per il mancato trattamento delle acque reflue urbane (27 milioni di abitanti coinvolti, 76% nel Mezzogiorno).
- I cronici ritardi nella manutenzione riflettono un ricambio troppo lento per stare al passo con l’invecchiamento delle infrastrutture:
- il 60% della rete non si sa quando sia stata realizzata,
- il tasso di sostituzione (0,42%/anno, contro il 2% UE) implicherebbe 52 anni per rinnovarla tutta, contro gli 11 anni dello standard europeo.
- Il problema non lascia indifferenti i cittadini tanto che nel 2025 il 29,9% delle famiglie non si fidava a bere l’acqua del rubinetto (punte del 57,6% in Sicilia e 52,1% in Sardegna), a causa degli allacci abusivi, contaminazioni chimiche, ma anche cattivo sapore e diffidenza radicata.
✘ Basse tariffe hanno significato bassi investimenti
Negli ultimi anni tariffe e investimenti sono aumentati sensibilmente, ma il settore resta sotto-finanziato rispetto agli standard europei e alle esigenze di ammodernamento.
- Nonostante sia aumentata rispetto a qualche anno fa, la tariffa idrica italiana rimane molto al di sotto della media europea (2,6 €/m³ contro 3,4 €), mentre gli investimenti pro capite sono passati da 33 €/abitante nel 2012 a 90 € nel biennio 2025-2026 (spinti dal PNRR), comunque al di sotto di 100 € della media UE.
- Gli investimenti delle gestioni specializzate sono il triplo di quelle in economia (64€/abitante contro 22).
- Il settore ha bisogno di almeno 6 miliardi di euro l’anno per sostenersi, la chiusura del PNRR lascerà un vuoto di almeno altri 2 miliardi annui di risorse pubbliche.
Le nostre proposte
✓ Upstream: captazione, adduzione e grandi infrastrutture
- Istituire una Società Idrica Nazionale e un concessionario unico nazionale (utilizzando come base Acque del Sud S.p.A.) per la gestione unitaria di captazioni, grandi adduzioni e invasi per usi plurimi (potabile, irriguo e industriale).
- Superare la frammentazione facendo subentrare progressivamente questo soggetto alle concessioni esistenti, per garantire una pianificazione unitaria degli investimenti e rafforzare la sicurezza del sistema.
- Realizzare il passaggio della gestione a costo zero, trattandosi di infrastrutture pubbliche, con il trasferimento del personale e delle eventuali opere dai consorzi o dai soggetti cedenti.
- Estendere i poteri di ARERA, attribuendo all’Autorità la competenza sulla tariffa dell’acqua all’ingrosso, per garantire trasparenza, omogeneità tra i territori e copertura degli investimenti a monte.
- Potenziare le Autorità di Bacino Distrettuale e i loro Osservatori Permanenti sugli Utilizzi Idrici, dotandole delle risorse umane e strumentali necessarie per gestire un quadro conoscitivo completo e costantemente aggiornato sulle risorse idriche disponibili, sui diversi utilizzi (compresi quelli irrigui e industriali) e sul loro stato qualitativo e quantitativo, oltre che per le analoghe funzioni relative ai rischi frane e alluvioni.
✓ Downstream: Servizio Idrico Integrato
- Superare la frammentazione gestionale individuando un solo operatore regionale, in modo da raggiungere una massa critica adeguata e migliorare l’efficienza industriale.
- Definire una tariffa uniforme a livello nazionale e costituire un fondo perequativo, per assicurare parità di accesso all’acqua in tutta Italia indipendentemente dalle condizioni locali.
- Fissare un target di investimento di circa 100 euro per abitante all’anno.
- Chiudere i modelli di gestione diretta da parte degli enti locali (le cosiddette gestioni “in economia”), con il contestuale ricollocamento del personale coinvolto.