Per non parlare delle assurde proposte che vorrebbero un vero e proprio blocco delle infrastrutture necessarie al Paese: come quella di chiudere il termovalorizzatore di Acerra, avanzata dal candidato del campo largo in Campania, Roberto Fico. Un impianto moderno che inquina meno di una strada di campagna e che rappresenta un gioiello tecnologico in un territorio che ha già sofferto una difficile gestione del sistema dei rifiuti. In Italia mancano 11 termovalorizzatori e noi continuiamo a pagare per mandare all’estero la nostra immondizia. Eppure, per ragioni puramente ideologiche, si continua a inseguire il dogma grillino della chiusura.
La verità è che è solo propaganda: nessuno chiuderà davvero Acerra, perché al momento della prova di governo prevalgono sempre gli accordi trasversali e le convenienze personali. E questo è il vero volto del Movimento 5 Stelle: una forza politica che ha promesso tutto e fatto l’opposto, lasciando dietro di sé solo sprechi colossali – dai 129 miliardi del superbonus, ai 35 del reddito di cittadinanza, ai 25 di quota 100. Risorse immense che avrebbero potuto abbassare le tasse e rafforzare i servizi pubblici.
E intanto il Partito Democratico, che un tempo aveva una cultura di governo, si è fatto trascinare in questa deriva populista. Lo stesso PD che difendeva i rigassificatori e i termovalorizzatori oggi si piega alle posizioni più irrazionali, pur di inseguire l’alleato di turno.
E nel centrodestra le cose non sono poi così tanto dissimili. Mancano una manciata di settimane al deposito delle liste e la maggioranza si trova divisa in una guerra intestina per chi sarà il candidato in Veneto. Mancano i candidati in metà delle regioni, per non parlare dei programmi elettorali e quindi di cosa si propongono di fare per i territori, però c’è Salvini, vera variabile impazzita del centrodestra, che pensa di stare al bar dello sport e di poter commentare tutto con la prima cosa che gli passa per la testa: dalle polemiche con il Presidente francese Macron al ponte sullo stretto.
Molti di voi mi scrivono: sì ma allora? Cosa possiamo fare?
Intanto sapere che il problema delle regionali è strutturale. Negli ultimi dieci anni l’affluenza media è stata del 45%, e l’85% dei presidenti uscenti è stato riconfermato. Perché quando l’affluenza diminuisce il sistema premia il voto organizzato e clientelare, mentre allontana i cittadini dalla partecipazione democratica oltre che dal buon governo.
La risposta però, per noi, esiste: fare politica stando sul merito delle questioni, sulle proposte concrete, senza perdere e rinnegare sé stessi. Non promettere l’abolizione delle accise o la fine della povertà con un tratto di penna, ma impegnarsi a risolvere davvero ciò che non funziona, e sapendo che è necessario avere una priorità davanti a tutte: la sanità pubblica.
Insistere, anche quando la strada ci sembra impervia e solitaria affinché non tutto ci sembri così contrario a come lo avevamo immaginato.
L’Italia ha bisogno di una politica completamente ripensata. Azione è nata con questa missione e non la tradirà per convenienza o per qualche accordo elettorale.