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Impressioni / Azioni di settembre

c’è una canzone della PFM che quasi sicuramente conoscerai, Impressioni di settembre, che da giorni mi ritorna in testa. Non per nostalgia, ma per la stagione che descrive: il passaggio, e soprattutto il cambiamento che arriva inesorabile, che lo si voglia o no, che ci si senta preparati oppure no.

E mai come in questo settembre il cambiamento è così poco metaforico. È un continente che sta cambiando pelle sotto i nostri occhi, un’elezione dopo l’altra, mentre chi dovrebbe guidarlo troppo spesso guarda altrove. Ogni settimana che passa senza una risposta europea è una settimana nella quale altri decidono al posto nostro. Non stiamo discutendo del destino di un partito o di un governo. Stiamo discutendo se, tra qualche anno, l’Europa esisterà ancora come soggetto politico autonomo oppure sarà soltanto un territorio conteso dalle grandi potenze che hanno la forza economica, tecnologica e militare per imporre le proprie scelte.

Anche il risultato del voto in Sassonia-Anhalt ci consegna un messaggio che non possiamo ignorare e che, a mio avviso, continua a sfuggire tanto alla maggioranza quanto al centrosinistra: un altro pezzo dell’Europa politica si sta spostando verso forze che mettono in discussione il progetto europeo e le sue fondamenta.

Il rischio è concreto: arrivare al voto del 2027 senza aver affrontato le ragioni profonde della crisi europea, ritrovandoci con un’Unione sempre più irrilevante nel momento in cui il mondo diventa più pericoloso.

La crescita dell’AfD in Germania, l’avanzata delle forze nazionaliste in diversi Paesi europei, il rafforzamento dei movimenti sovranisti e la crescente competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia ci dicono una cosa molto semplice: nessun Paese europeo, da solo, ha più la dimensione necessaria per difendere efficacemente i propri interessi.

Pensare di rispondere tornando alle piccole patrie è un’illusione.

Senza una vera integrazione politica europea rischiamo di diventare progressivamente dipendenti dalle decisioni altrui: dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e della tecnologia, dalla Cina su molte catene industriali e strategiche, dalla Russia per l’energia e per la pressione geopolitica.

Per questo la questione non è scegliere tra Europa e sovranità nazionale.

La vera questione è recuperare sovranità attraverso l’Europa.

E in tutto questo, cosa stanno facendo gli attuali schieramenti?

Da una parte il governo Meloni, che avrebbe davanti a sé la possibilità di esercitare un ruolo decisivo nel processo di costruzione dell’Europa dei prossimi anni, appare troppo spesso concentrato sulla propria sopravvivenza politica e sulla prossima competizione elettorale. Anche la discussione sulla legge elettorale rischia di diventare l’ennesimo esercizio di tattica di partito. La legge elettorale dovrebbe servire a costruire governi stabili e responsabili, non a essere modificata di volta in volta sulla base del vantaggio contingente di chi governa.

Dall’altra parte invece c’è un centrosinistra che continua a non voler affrontare alcune delle contraddizioni che hanno alimentato il consenso delle destre radicali; la transizione ecologica non può essere una religione. Deve esistere una politica industriale. Se imponiamo obiettivi ambientali senza costruire contemporaneamente energia competitiva, infrastrutture, innovazione e capacità industriale europea, rischiamo di ottenere il risultato peggiore: ridurre la nostra produzione senza ridurre proporzionalmente le emissioni globali, spostando semplicemente fabbriche e posti di lavoro altrove. Questo non significa rinunciare alla transizione. Significa farla sul serio.

Allo stesso modo, una sinistra che discute per mesi di questioni identitarie ma non riesce a dare risposte convincenti su sicurezza, salari, produttività, sanità, casa e qualità dei servizi pubblici, lascia inevitabilmente uno spazio enorme alla destra.

La politica deve tornare a parlare della vita concreta delle persone.

Quindi?

Oggi abbiamo bisogno di una mobilitazione straordinaria per salvare e trasformare l’EuropaAzione è pronta a questa sfida. Lo è da tempo e con un posizionamento netto: un’Europa federale, una politica industriale europea, energia abbondante e competitiva anche attraverso il nucleare, una vera difesa comune, investimenti massicci in innovazione e infrastrutture, una sanità che torni a essere una priorità nazionale ed europea.

Non sono slogan. Sono le condizioni minime perché l’Europa possa tornare a contare.

Destra e sinistra, oggi, non sembrano in grado di perseguire questa strada. Non perché manchino le condizioni, ma perché manca il coraggio di affrontare interessi consolidati, contraddizioni interne e scelte difficili.

Per questo ho ripreso, sin da subito, i miei incontri con voi in giro per il Paese.

Sono stato in Toscana e in Lombardia. Questa settimana sarò a Ventotene e Milano. La prossima a Venezia e Pordenone. Poi ancora, nel corso del mese, in Sardegna, Sicilia e Umbria.

Ci sto mettendo tutto quello che ho. E lo sta facendo tutta Azione.

Ma da soli non basta. Molti di voi pensano di non poter fare nulla. Non è vero. Iscriversi ad Azione, per esempio, non è un gesto simbolico: significa permetterci materialmente di esistere, costruire una comunità politica vera, aprire sedi, creare presidi territoriali e portare le nostre idee nei luoghi in cui le persone cercano risposte.

Una donazione, anche piccola, serve allo stesso scopo. È un segnale concreto di fiducia e ci permette di fare politica senza dipendere da chi avrebbe interesse a condizionarla.

Partecipare ai tavoli tematici significa contribuire a costruire il programma con cui ci presenteremo. Non subirlo a cose fatte.

Venire alle nostre iniziative significa esserci. Perché la politica non si fa soltanto commentando online: si fa incontrandosi, discutendo, ascoltando e assumendosi insieme la responsabilità delle scelte.

E poi c’è la cosa più semplice e, forse proprio per questo, più sottovalutata: parlarne. In famiglia. Con gli amici. Al lavoro. Ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare le nostre battaglie.

Perché la politica cambia davvero quando le idee escono dai palazzi e diventano conversazioni tra persone. Una parola detta con convinzione, quando è propria, sincera e motivata, può fare molto più di una campagna pubblicitaria. Può convincere. Può mobilitare. Può spostare opinioni. E, alla fine, può spostare un Paese.

La canzone finisce con un’immagine sospesa: il vento che cambia, senza sapere esattamente dove porterà. Noi, invece, sappiamo dove vogliamo andare. Vogliamo un’Italia più forte perché protagonista di un’Europa più forte. Vogliamo un’Europa capace di decidere, produrre, difendersi e competere. E soprattutto vogliamo costruirla insieme.

Il resto dipende da quanti di voi decideranno di farlo insieme a noi.

P.S. Come sempre, aspetto i tuoi riscontri. E resta connesso: nelle prossime settimane ci saranno molti appuntamenti in giro per l’Italia. Sarà un’occasione per incontrarci, discutere e costruire insieme quello che viene dopo.

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