Il virus dell’autoritarismo: l’effetto del Covid sulle democrazie

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09/08/2020

Di Alessandro Barbano

Se Trump potesse rinviare le elezioni, come vorrebbe, e come ha fatto, in nome della pandemia, la governatrice di Hong Kong Carrie Lam, la storia del mondo cambierebbe. Ma, per nostra fortuna, il presidente americano non ha nessuna chance di mettere in atto il suo proposito. Perché, a dispetto della vocazione illiberale, della fama e della spregiudicatezza che lo raccontano, neanche i Repubblicani glielo consentirebbero. Meno che mai la maggioranza del Congresso, che è in mano ai Democratici. Vuol dire che i contrappesi politici e istituzionali della democrazia statunitense sono un meccanismo di stabilizzazione più forte di una pur gravissima crisi globale.

Tuttavia, un’osservazione puramente fattuale mostra che il dilagare dell’emergenza sanitaria coincide con un arretramento della democrazia in diverse aree del pianeta. Dagli Stati Uniti all’Asia, passando per l’America Latina e per l’Europa, la risposta di molti Paesi colpiti dal Covid ha attivato una reazione autoimmune che modifica il punto di equilibrio dei rispettivi sistemi politici. Si esprime attraverso anticorpi fuori misura che scatenano una torsione autoritaria: l’ipersorveglianza, il nazionalismo, lo statalismo e il giustizialismo sono i più comuni sintomi di questa tendenza reattiva, che eccede l’ampiezza del bersaglio verso cui è diretta. E che ha l’effetto di eternare l’emergenza, trasformandola in emergenzialismo.

Il Covid-19 non è la causa scatenante, ma piuttosto la cartina al tornasole di processi da tempo in atto sotto traccia. In Italia la perdita di centralità del Parlamento a vantaggio dell’esecutivo ci ha regalato un’abnorme decretazione d’urgenza, in nome di una verticalizzazione del potere che si è affermata in modo surrettizio, tra una rinuncia e l’altra a cambiare i processi decisionali della democrazia con una riforma costituzionale. Da parte sua la retorica anti casta ha imposto al Paese prima l’abolizione della prescrizione e adesso il referendum sul taglio dei parlamentari. Una tendenza oligarchica e una deriva plebiscitaria sono approdate allo stesso risultato. Perché in ciascuno di questi passaggi c’è una ferita alla democrazia, anche se nessuno da solo è in grado di mostrarla, quanto invece lo fa la proroga dei poteri speciali, pretesa dal governo Conte in assenza di un’emergenza sanitaria che la giustifichi.

Trump, Orban, Duda, Carrie Lam e Conte non sono la stessa cosa. E l’impatto della giovane democrazia di Hong Kong con la forza di un impero millenario non è per nulla assimilabile allo sfarinamento delle forme di una democrazia senile, qual è quella europea, corrosa da fenomeni di estenuazione. Ci sono però alcuni indizi che, in misura diversa, segnalano una tendenza comune. Il primo riguarda la forma del consenso. Le sue modalità di verifica prendono sempre meno la strada degli istituti giuridici dello stato di diritto e sempre più quella volatile della comunicazione: cosicché la rappresentanza soggiace alla fama del leader. Il caso italiano mostra plasticamente quanto il sondaggio, e non il voto, può orientare le alleanze e perfino prolungare una legislatura ampiamente consumata da un punto di vista politico.

Il secondo aspetto riguarda la retorica dell’efficienza, dietro la quale si rimuove un dato di realtà: che l’essenza della democrazia è nella sua imperfezione, perché questa è arte di divisione del potere. Invece una demagogia comune alle classi dirigenti e alle opinioni pubbliche di molti sistemi democratici si propone di sterilizzare il potere, di negare ogni sua intrasparenza e ogni sua convenienza. Ma finisce per riprodurre nel pensiero civile la rimozione psichica del conflitto freudiano tra il Super-Io e l’inconscio, tra la legge e l’etica da una parte, gli interessi e gli appetiti di minoranze organizzate dall’altra. Così non c’è da stupirsi se la democrazia plebiscitaria, che rimuove la valenza del potere, e rinuncia perciò a dividerlo, finisce per consegnarsi a un nuovo potere monocratico e centralista.

Quella che il Covid scopre al mondo non è più solo una crisi del liberalismo, che pure è chiamato a ripensare il suo modello, senza smentirsi, in un contesto globale di cambiamenti inediti. In discussione c’è per la prima volta dal dopoguerra il linguaggio stesso della democrazia. Che racconta una estrema fragilità sociale: la grande crisi di identità aperta dall’impatto della tecnologia nella vita degli individui espone le società alla suggestione di democrazie autoritarie, o piuttosto di “dittature democratiche”, come le chiamava Lorenzo Giusso, un pensatore napoletano del primo Novecento slittato verso i fascismi.

La storia non ritorna mai allo stesso modo. Ma vale come memoria e antidoto degli errori commessi. Contro il rischio di un avvitamento della democrazia, le classi dirigenti non hanno che un rimedio: dire la verità ai cittadini, che vuol dire anzitutto educare al realismo. E spiegare, da noi, che lo slogan “l’Italia ha stravinto al Consiglio europeo” è falso quanto lo slogan “l’Europa ci ha fregato un’altra volta”. O che un Parlamento mortificato e dimezzato non è uno scalpo da offrire alla piazza, ma un danno per tutti. Ci pensino i leader di quei partiti che si professano custodi della democrazia, e che imbracciano, insieme ai Cinquestelle, la scure che ieri ha tagliato la prescrizione, domani la testa di deputati e senatori. È dal loro populismo, subalterno o inconsapevole, che possono venire i maggiori danni per il Paese.

 

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