Diario da Kyiv: perché la libertà non è uno slogan.

Sono appena rientrato dall’Ucraina. È stata la mia quarta visita, e ogni volta torno con qualcosa di diverso dentro: più domande, ma anche più consapevolezza e sicuramente più responsabilità.

Nei prossimi minuti leggerai un diario di bordo lungo, forse più del solito.

Ma ti chiedo di prenderti il tempo di leggerlo e immaginarlo. Perché quello che abbiamo visto a Kyiv non è solo il racconto di un viaggio istituzionale: è uno squarcio sulla realtà europea di oggi. È la fotografia concreta di cosa significa resistere, da quattro anni, a un’invasione brutale.

È un racconto lungo, ma credo che valga il tempo che gli dedicherai.

Il viaggio per raggiungere Kyiv è lungo, un modo per provare a prepararsi psicologicamente a quanto si vivrà: il volo verso la Polonia, le quattro ore per arrivare al confine e le dodici ore di treno notturno. Un vecchio convoglio sovietico che attraversa il buio e la neve. È un viaggio che stanca il corpo, ma restituisce lucidità alla mente. Solo una volta arrivati a destinazione si capisce davvero cosa significhi resistere da quattro anni a un’invasione brutale.

Sono partito insieme a una delegazione di Azione, formata da me, l’Onorevole e vicesegretario Ettore Rosato, la vicesegretaria Francesca Scarpato e l’Onorevole Federica OnoriSpecial Representative dell’Assemblea parlamentare OSCE sull’Intelligenza Artificiale. Non per un gesto simbolico, ma perché esserci è una scelta politica precisa.

Al nostro arrivo in stazione era appena cessato un massiccio attacco russo con droni e missili balistici abbattuti sulla capitale, i cui segni erano percepibili ovunque. (QUI il mio video). Kyviv ha imparato a convivere col buio e il riscaldamento è diventato un lusso per pochi. In questo inverno particolarmente rigido, molte famiglie scaldano mattoni sui fornelli, nelle poche ore di elettricità disponibili, per provare a trattenere un po’ di calore in casa. Valerij, l’autista che ci ha accompagnato durante tutta la nostra permanenza, ci ha raccontato che, insieme alla sua famiglia, vive in un appartamento dove la temperatura interna arriva a quattro gradi.

Questo non è altro che il risultato della strategia russa di colpire sistematicamente le infrastrutture civili per fiaccare la popolazione. Ma non ci riescono.

Abbiamo avuto incontri molto concreti: dalla Vicepremier e Ministra della Cultura, al Viceministro degli Esteri, fino al Vicecapo dell’Ufficio del Presidente Zelensky.

Ovunque è emersa la stessa priorità: rafforzare la difesa contraerea. Ad esempio, un attacco di cinquanta missili richiede l’impiego di almeno il doppio dei sistemi oggi a disposizione per gli ucraini. Continuare a rifornire di armamenti il popolo ucraino è una questione di sopravvivenza dei civili, non di propaganda bellica. E a noi tutto questo costa 1€ al mese a testa; meno di un caffè.

Siamo stati anche alla Verkhovna Rada, il Parlamento ucraino, per ribadire che il percorso di integrazione europea dell’Ucraina è irreversibile e che saremo al loro fianco in ogni passaggio legislativo e politico.

Abbiamo poi visitato l’Istituto Nazionale di Resilienza e Sicurezza. È stato uno degli incontri più istruttivi, perché lì è diventato ancora più chiaro che ciò che vediamo a Kyiv non riguarda solo l’Ucraina, ma anche noi. Abbiamo profondamente compreso che la guerra ibrida è, oggi, una forma di aggressione pericolosissima, insidiosa. Silenziosa. Un attacco coordinato dei regimi dispotici, a partire dal più aggressivo e criminale, quello russo, che punta a demolire le fondamenta morali e materiali della libertà e della sicurezza europea.

La cosiddetta guerra ibrida è un conflitto non dichiarato – anzi sistematicamente negato – in cui l’aggressore utilizza ogni strumento, militare e non militare, per diffondere confusione, sfiducia e paura nelle democrazie. È per questo che Azione parla da tempo della necessità di dotarsi di uno scudo democratico europeo. Perché questa guerra si nasconde nei piccoli gesti della vita quotidiana, entra nei nostri dispositivi elettronici e sfrutta i meccanismi della moderna società tecnologica.

Accanto alle istituzioni, poi, ci sono le persone.

Abbiamo incontrato Gen.Hope, un’associazione che lavora con bambini e bambine segnati dai traumi della guerra. Un lavoro durissimo, portato avanti da giovani donne con una forza e una determinazione straordinarie. È uno di quei lavori che non finiscono nei titoli dei giornali, ma che tengono in piedi una società. È un impegno concreto che sosterremo anche dall’Italia e di cui sicuramente vi parlerò di nuovo.

Ho avuto poi il piacere di incontrare l’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, squalificato per aver gareggiato con un casco dedicato ai suoi colleghi caduti in battaglia. L’ho ringraziato. Perché in una guerra come questa anche i simboli contano. E perché troppo spesso noi, dall’Occidente, abbiamo smesso di dare peso ai simboli della libertà.

Poi Maidan. Tornare? Un dovere morale.

Nel 2013, nei giorni della rivoluzione di Euromaidan, non c’erano influencer a caccia di like o soldi, come sostiene la propaganda russa amplificata anche nei nostri talk show… ogni riferimento a Jeffrey Sachs e amici filo putinisti vari è puramente casualeC’erano migliaia di giovani che hanno messo il proprio corpo davanti ai cecchini per poter essere europei. Quella scintilla ha mosso un intero Paese. Putin e i suoi adepti erano sicuri che l’Ucraina sarebbe caduta in tre giorni. Sono passati più di dodici anni da quei giorni e quattro dall’invasione su vasta scala. Kyiv è ancora lì. In piedi.

Il 24 febbraio, proprio nel quarto anniversario dell’invasione russa, siamo stati invitati alla cerimonia delle lanterne in piazza Maidan. Alla presenza del Presidente Volodymyr Zelensky, della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del Presidente del Consiglio europeo António Costa, abbiamo deposto le candele sul memoriale di Euromaidan e dei caduti nel conflitto (QUI il video). Per ricordarli e ringraziarli del loro sacrificio in nome della libertà, della democrazia, della difesa della loro terra e dei valori occidentali.

Nonostante tutto, l’Ucraina resiste anche attraverso la bellezza.

Al teatro di Kyiv abbiamo assistito all’opera “Natalka Poltavka” in una sala strapiena di giovani, nonostante gli allarmi, le preoccupazioni, i lutti. I russi colpiscono università – come la Taras Shevchenko, dove sono stato invitato a tenere una lezione con gli studenti di italiano – perché hanno paura della cultura. Sanno che la cultura rende liberi e rende impossibile cancellare l’identità di un popolo riscrivendone la storia.

In chiusura però voglio condividere una riflessione amara.

Mentre eravamo a Maidan con i leader delle istituzioni europee, eravamo gli unici rappresentanti del Parlamento italiano presenti in piazza.

Non c’era il Governo, rappresentato solo a livello diplomatico. Non c’erano le altre opposizioni. Non c’era nessuno. Mi chiedo sinceramente cosa potesse esserci di più importante che essere a Kyiv il 24 febbraio. Quale convegno, quale talk show o quale calcolo elettorale può valere più della testimonianza diretta nel luogo in cui si decide il destino della libertà europea?

La politica non è solo dichiarazioni o post sui social.

La politica è presenza, visione e coraggio. Il problema è che ce ne siamo indegnamente dimenticati.

Torno da questa visita con una convinzione ancora più forte: la fierezza di questo popolo vale ogni sforzo, politico e fisico. Sostenere l’Ucraina non è un favore che facciamo a loro. È l’unico modo per difendere i nostri valori, la nostra sicurezza e, soprattutto, la nostra libertà.

Slava Ukraini.

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