Negli ultimi anni il dibattito sull’immigrazione è stato il simbolo più emblematico di come lo scontro ideologico tra destra e sinistra non abbia portato a nulla. Abbiamo assistito a polemiche quotidiane tra porti aperti e blocchi navali che i fatti hanno reso prive di significato.
Dopo il record di sbarchi del 2016, la riduzione più significativa degli arrivi si è registrata con il Governo Gentiloni, grazie all’accordo con la Libia negoziato dall’allora ministro Minniti, che ha permesso di bloccare le partenze e ridurre gli arrivi. Pur con delle criticità, quell’accordo si è rivelato fondamentale per contenere un fenomeno che aveva raggiunto una dimensione insostenibile per l’Italia. In questo contesto, Salvini, da ministro nel Governo Conte I, ha avuto vita facile nel rivendicare meriti che non aveva, puntando tutto sulla propaganda contro i migranti e iniziando la crociata mediatica contro le ONG.
L’instabilità geopolitica del continente africano resta un fattore determinante e al netto delle politiche che si possono adottare come singolo paese, il fatto che l’Italia sia la porta d’ingresso dell’Europa, impone, per buon senso, di seguire una logica il più possibile europea. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2050 la popolazione africana crescerà di circa un miliardo di persone, un dato che da solo dovrebbe bastare a spiegare perché il fenomeno migratorio non si esaurirà prolungando inutilmente il percorso delle navi delle ONG o con qualche fermo amministrativo in più.
Proprio per questo non condividiamo assolutamente il modo con cui il Governo Meloni ha gestito il fenomeno, strumentalizzando sicurezza e migranti, invece di intervenire con maggiore forza nella difesa delle frontiere comuni e nell’integrazione. Se è vero che non possiamo accogliere tutta l’Africa, è altrettanto vero che la politica muscolare di questi anni, fatta solo di battaglie contro le ONG e di decreti sicurezza, ha messo a nudo l’incapacità del Governo di costruire quella dimensione europea che resta indispensabile.