Difendere l'Ucraina vuol dire difendere la libertà

Dopo quattro anni di guerra, la stanchezza dell’opinione pubblica è comprensibile.

È umana.

Molto meno comprensibile è la mancanza di responsabilità di chi ha un ruolo istituzionale.

È anche per questo che Azione è a Kiev, con una delegazione guidata da Carlo Calenda, insieme ai vicesegretari Ettore Rosato e Francesca Scarpato, e alla deputata Federica Onori: non per una testimonianza simbolica, ma per assumersi una responsabilità politica chiara, al fianco del popolo ucraino.

Il punto non è se difendere l’Ucraina abbia un costo. Il punto è che non difenderla ne ha uno più alto. Un costo di sicurezza, perché non difendere l’Ucraina non rende l’Europa più prudente ma più esposta, più instabile, più vulnerabile, e normalizza l’uso della guerra come strumento politico nel nostro continente.

Un costo di deterrenza, perché se l’aggressione paga diventa un precedente, e se diventa un precedente diventa un metodo. Un costo economico, perché instabilità permanente ai confini europei significa mercati fragili, investimenti incerti, energia più cara e catene di approvvigionamento vulnerabili. E un costo politico e democratico, perché un’Europa che non difende chi viene aggredito è un’Europa debole, divisibile, ricattabile, che arretra sui propri valori fondativi.

Difendere l’Ucraina significa anche difendere la libertà di informazione, il diritto alla verità e il lavoro dei giornalisti che raccontano questa guerra rischiando la vita. Perché ciò che smettiamo di vedere, prima o poi smettiamo anche di difendere. Difendere l’Ucraina ha un costo. Non difenderla ne ha uno molto più alto.

La differenza è semplice: il primo lo scegliamo noi. Il secondo lo subiamo.