Scuole ancora chiuse, una vergogna

Scalfi: "Perché non riusciamo a programmare un orizzonte e a gestire procedure?"

Come mai è una vicenda tutta italiana quella di non riuscire a programmare un orizzonte (nemmeno troppo ampio), non gestire procedure e farci sempre sopraffare dalle circostanze?

Lo vediamo in ogni situazione in cui la natura e gli eventi si abbattono sul nostro paese. Come nel caso dei terremoti, quando l’assenza di programmazione negli interventi antisismici sul patrimonio pubblico e privato trasforma ogni scossa in una tragedia di vite umane sacrificate sull’altare dell’incompetenza tanto nella gestione e quanto nell’arte del governare.

Ce lo dimostrano anche le alluvioni, dove l’assenza di programmazione nell’amministrazione del territorio, piegata per lo più a logiche di massima capitalizzazione dello spazio, trasforma gli eventi climatici in esondazioni in grado di spazzare via intere vite di lavoro lasciando migliaia di famiglie senza prospettive.

Ogni volta dopo l’accadimento di un evento infausto, assistiamo a una passerella di denunce di politici, tecnici, di destra e sinistra, gli uni contro gli altri, come se nessuno di loro, pur avendo alternativamente contribuito negli anni al governo del paese, avesse responsabilità politiche e amministrative rispetto all’accaduto. E inesorabilmente ogni volta finito l’eco e la risonanza (che è tanto più ampia quanto maggiore la conta delle vittime e il saldo dei danni) si spengono i riflettori, la notizia smette di essere notizia e proseguiamo la nostra vita fino al prossimo evento infausto.

Non impariamo mai a prevenire e a programmare diversamente, ma ci rimettiamo nella logica del tutto e subito, e del nulla per domani. Perché a dettare la linea è la logica del consenso fino alla prossima elezione e non di quello che serve realmente fare.

Ce lo ha dimostrato e continua a dimostrarcelo questa pandemia che ci ha colti tutti impreparati, in parte perché inaspettata e ineludibile, ma anche e soprattutto perché abbiamo dimenticato di attuare nei tempi giusti i piani preventivi in caso di emergenze pandemiche, e di aver sposato -anche nelle regioni più virtuose- modelli di tutela della salute volti più all’ottimizzazione dei costi e dei ricavi che a creare una rete di salute e sicurezza per i cittadini.

Ma se molti alibi possono essere portati per parzialmente assolvere chi ha gestito la prima ondata, meno indulgenza si dovrebbe avere nell’analisi della seconda ondata che ci ha trovato nuovamente impreparati.

Per la scuola sapevamo con ampio anticipo che il nodo sarebbe stato quello dei trasporti, della gestione delle mense, della diagnosi rapida e del tracciamento in caso di evidenza di positività tra studenti, docenti e/o personale scolastico.

Abbiamo preferito, probabilmente per totale ignoranza rispetto ai processi che governano l’organizzazione didattica, utilizzare come brand nelle comunicazione sulla scuola quelli che solitamente nel marketing politico sono definiti “specchietti per le allodole”:  sedie con le rotelle, banchi con le rotelle, tagli di nastro per una parete divisoria abbattuta, interviste aperte e chiuse a suon di slogan e frasi fatte come “stiamo lavorando per tenere aperte le scuole”  , “abbiamo lavorato per tenere aperte le scuole” .

Eppure, appena la curva dei contagi è ripresa a salire, abbiamo sacrificato ancora una volta la didattica in presenza visto che il piano trasporti non era stato concertato tra le due ministre Azzolina e De Micheli. Le regioni non sono state coinvolte e nemmeno si sono sognate di agire in autonomia per dare dimostrazione certa e provata che chi chiede da anni autonomia, e chi già ne gode, è in grado di assumersi gli obblighi di un governo locale in cui la parola “autonomia” accompagnata da “responsabilità” impone la capacità di scegliere e decidere.

La disponibilità dei device per tutti gli studenti ancora non c’era, le competenze di docenti per gestire la didattica a distanza integrata sono ancora ferme al fai da te e abbiamo inoltre scambiato l’alfabetizzazione digitale nell’utilizzo di una piattaforma con la competenza necessaria per erogare in modo efficace una lezione a distanza.

Ci siamo dimenticati delle fragilità di decine di migliaia di studenti con bisogni educativi speciali, delle competenze perse che probabilmente non saranno più recuperate perché di un piano serio a favore degli studenti, fatto di docenti e risorse aggiuntive per il recupero delle competenze perse nei mesi di lockdown, non se ne è vista traccia.

E stendiamo un velo sui docenti dell’organico Covid arrivati in modo random e non coerenti con i fabbisogni reali, senza contare poi le cattedre ancora scoperte a novembre.

Non abbiamo saputo mettere a terra nulla per il dopo, nessuna visione strategica per la scuola, nessun intervento che ci porti a pensare che finita questa emergenza la scuola che troveremo sarà almeno un po’ migliore di quella che abbiamo lasciato prima del Covid.

E’ questa l’immagine triste di un Italia -e di un Trentino- che non sa guardare al domani, che non riesce a disegnare un orizzonte che ci faccia sperare che passata questa pandemia non saremo solo impegnati a raccogliere i cocci ma avremo una strategia per rimetterci a correre velocemente.

Se per molte regioni a statuto ordinario era più difficile volare alto, il Trentino ha perso una grande occasione per dimostrare come la sua autonomia potesse essere veramente ”speciale” nel trovare soluzioni che potevano diventare piste da seguire per gli altri.

Nella scuola era il momento di dare spessore e contenuti all’enunciata “autonomia scolastica” che è legge dal 2000 ma che è stata imbrigliata in lacci e lacciuoli che minano lo spirito della legge e ne limitano irrimediabilmente l’efficacia attuativa.

Era il momento del coraggio nella scelte da operare per ripensare il canale del reclutamento. Era il momento di pensare con quale modello di “Scuola  2030” il Trentino poteva essere ancora ambasciatore in Italia e in Europa.

Abbiamo abdicato e resta il senso di impotenza e imbarazzo per un’occasione sprecata. E me ne vergogno sapendo che quando arriverà anche in Trentino la terza ondata ci troverà ancora una volta impreparati, e i trentini che come me amano la loro terra e che in passato si sono sentiti orgogliosi per l’ammirazione che c’era nei confronti della scuola trentina, ora anche loro si vergognano un po’ per il tempo perso, per non aver saputo imporre un’agenda che avrebbe costretto, anche un governo nazionale con una ministra totalmente incapace, a modificare scelte che hanno avuto come unico risultato quello di seminare risorse importanti nella sabbia.

Resta dunque il senso di impotenza misto a vergogna perché non stiamo utilizzando la nostra autonomia per fare tutto ciò che è in nostro potere al fine di garantire un apprendimento efficace per i nostri studenti e condurli verso la fine dell’anno o verso la maturità (che speriamo non sia come quella scorsa) senza lacune nella loro preparazione.

Mi auguro che la befana porti in tutte le scuole presidi medici per testare e tracciare i casi di positività in un tempo che non superi le 5 ore in modo che possa essere garantita la didattica in presenza anche grazie a un  piano razionale per la gestione dei trasporti al 50% della capienza. Mi auguro che porti risorse alle scuole perché possano organizzare un piano serio per il recupero delle competenze andate perse in questa didattica a intermittenza, e che alla fine si realizzi il sogno incompiuto dell’autonomia scolastica accompagnata da un sistema serio di valutazione dei risultati in termini qualitativi di ogni istituto, unico modo per liberare la scuola dalla burocrazia sterile che sta uccidendo il significato vero dell’essere comunità educante.

Laura Scalfi, Comitato promotore con delega alla scuola.


Articolo pubblicato nell'edizione odierna de L'Adige.