Cronaca di un anno passato invano

Sanità: le promesse non mantenute del ministro Speranza e il disastro pandemico di questi giorni.

07 ottobre 2019 – Il ministro Speranza al congresso dei medici di famiglia: “Più servizi negli studi, userò poteri straordinari per attivare la diagnostica di primo livello”.

30 gennaio 2020 - Diagnostica negli studi di medici di famiglia e pediatri. Speranza firma il decreto: ecco come dovranno essere utilizzati i 235 milioni.

23 febbraio 2020 – “Troppi ritardi e soluzioni improvvisate”: il sindacato autonomo dei medici italiani chiede le dimissioni del ministro della Salute.

03 marzo 2020 - Coronavirus, camici bianchi contro il ministro Speranza: «Siamo in prima linea, ma senza armi». Lettera di 60 medici di famiglia dell’area milanese.

05 aprile 2020 - Coronavirus, i medici di famiglia: «Pronti a chiudere gli ambulatori, non abbiamo ancora i dispositivi di protezione».

06 aprile 2020 - Potenziamento delle reti sanitarie locali: meno ospedalizzazione e più assistenza domiciliare per i non gravi, tracciamento dei contatti e telemedicina per mantenere il contatto diretto con il medico curante: il piano in cinque punti del ministro della Salute per la fase due.

16 aprile 2020 – “Medici e pediatri in prima linea ma per loro nessun rimborso”: lettera della federazione italiana sindacale medici uniti a Conte e Speranza.

17 aprile 2020 – “Il trattamento precoce sul territorio può fermare il decorso dell’infezione verso la malattia conclamata”: lettera aperta di 100mila medici del gruppo Facebook “Coronavirus, Sars-Cov2 e Covid-19”.

16 giugno 2020 - “Lavoro in team modello vincente anche sul territorio. Chiediamo al ministro Roberto Speranza di trasformare il decreto Rilancio in strumento di cambiamento”: appello del presidente della federazione nazionale degli ordini dei medici, Filippo Anelli.

31 luglio 2020 – “Utilizziamo i medici in pensione nelle scuole”: appello della società italiana di medicina generale ai ministri Speranza e Azzolina.

23 agosto 2020 - Via al tavolo sui nuovi compiti della medicina generale sul Covid, istituito dal ministro Speranza.

28 agosto 2020 – Tampone ai docenti: la metà dei medici di base si rifiuta di praticarli.

08 ottobre 2020 – “I medici di base come i vigili: ci diano una mano a non ingolfare i drive in”: l’invito del direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia.

22 ottobre 2020 – “La gente s’infetta in fila per ore per fare il tampone”: la denuncia del direttore dell’Ats di Milano, Vittorio Demicheli.

23 ottobre 2020 - Tamponi rapidi in farmacia. In campo anche i medici di famiglia su base volontaria: l’annuncio del ministro Speranza alle Regioni.

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Facciamo adesso un passo indietro di otto anni.

18 luglio 2012 - Medici di famiglia obbligati ad associarsi, assistenza h24, compenso per quota fissa e variabile e inserimento nei livelli essenziali di assistenza: così la riforma Balduzzi rivoluzionerà la medicina territoriale.

17 settembre 2012 - Il riordino del territorio del decreto Balduzzi non piace ai medici di base: l’85 per cento di loro non ritiene “realistico e fattibile” l’obiettivo di garantire l’assistenza 24 ore su 24.

31 ottobre 2012 – Il decreto Balduzzi è legge: ruolo unico per i medici di famiglia e ambulatori aperti h24.

28 aprile 2016 - A quattro anni dal decreto Balduzzi, si avvicina la svolta. Medici di famiglia, l’assistenza si fa in case e ambulatori: verso la reperibilità 24 ore su 24.

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“La mia riforma – racconta Renato Balduzzi - era semplicemente una presa d’atto di ciò che era già patrimonio della migliore cultura sanitaria europea, e in parte di ciò che era scritto nelle convenzioni, ma mai applicato. Non ho inventato nulla. Ho provato a costruire un disegno compiuto, nello spirito della spending review: trasferire risorse dall’ospedale al territorio per ridurre le inefficienze del sistema attraverso una rete. Voleva dire mettere i medici di famiglia in condizione di fare aggregazioni multi professionali tra loro, creare unità complesse di assistenza. Ai sindacati spiegai: stiamo chiedendo sacrifici a tutti, a voi non riduciamo la quota capitaria, cioè la tariffa che lo Stato paga per ciascun assistito, ma facciamo un patto perché la presa in carica da parte del paziente non sia una presa in giro”.

Ci fu una levata di scudi contro la riforma?

“All’inizio no, la riforma nacque da un accordo con la dirigenza della federazione italiana medici di medicina generale. Non a caso i vertici del sindacato furono presto sostituiti. Sapevo che la storia dei rapporti tra Regioni e medici di famiglia era costellata di incomprensioni. I governatori temevano che la presa in carico h24 dei pazienti avrebbe comportato rivendicazioni e oneri insostenibili. Perciò inserii una clausola, in base alla quale se entro sei mesi non si fosse proceduto all’adeguamento delle convenzioni, il ministro della Salute avrebbe potuto disporre d’imperio l’attuazione della riforma in via transitoria. Era un forte potere di pressione e di responsabilizzazione delle controparti. Ma i poteri di intervento ovviamente bisogna volerli e saperli utilizzare”.

Nessun ministro della Salute ne ha fatto uso.

“Il clima non è mutato. Già allora venivamo da anni di acquisizioni culturali a cui non seguiva una presa di coscienza e un cambiamento. Adesso la storia si ripete: le unità speciali di continuità assistenziale, istituite dai decreti antiCovid, sono l’equivalente delle nostre unità complesse di cura primaria”.

Ma chi le ha viste? Sono su base volontaria e si contano sulle dita di una mano.

“Come sempre nella sanità italiana i servizi ci sono qua e là, mai ovunque. Ma adesso le risorse sono disponibili e cresce l’agibilità politica. Il governo oggi dice: vi aumento la quota capitaria ma, se entro sei mesi dalla fine dell’emergenza non trovate l’accordo con le Regioni, vi tolgo le risorse. Io dicevo: non vi tolgo i soldi, ma facciamo la riforma insieme. Ma anche allora per ogni compito aggiuntivo la pretesa dei medici era la stessa: riconosceteci un incentivo. Ad alcuni di loro spiegai che era una posizione indifendibile. Gli dissi: non potete sostenere che il medico di famiglia è quello che prende in carico il paziente e poi, tutte le volte in cui il paziente ha bisogno di qualcosa, pretendere altri soldi rispetto a quelli, non pochi, che già prendete. Non ce l’avevo e non ce l’ho con i medici di famiglia, ma provate a chiedere a un ospedaliero che cosa pensa di loro. E provate a chiedere ai cittadini a chi si rivolgono quando hanno un problema di salute reale. Il medico di famiglia è l’ultimo che gli viene in mente. C’è un irrisolto problema reputazionale”.

I medici di famiglia hanno pagato un tributo di vite umane alla ferocia del Covid. Scorrendo l’elenco dei 182 camici bianchi uccisi dal virus, pubblicato dalla federazione degli ordini dei medici, se ne contano almeno 60. L’ultimo in ordine di tempo è Ernesto Celentano, il medico di Secondigliano contagiatosi mentre rimuoveva i punti di sutura a un paziente poi rivelatosi positivo. Ma in questa vicenda gli eroi rischiano di negarci la vista sul disastro della sanità di territorio. Dove i medici di famiglia continuano a operare secondo il disegno della riforma approvata nel 1978, l’ultima grande legge di sistema. Pensata e scritta per un’altra sanità e per un altro Paese. E poi piegata nei decenni a una burocratizzazione che in parte ne ha tradito lo spirito, quello di riconoscere a tutti i cittadini lo stesso trattamento sanitario, pubblico e gratuito. Oggi il medico di famiglia è un burocrate, lontano un miglio dall’emergenza. Di fronte alla quale il cittadino-paziente è solo, con la sua impotenza o piuttosto con il suo portafoglio e con le sue relazioni influenti. Così l’emergenza sanitaria in Italia è diventata la frontiera dove si misura il fallimento, nei fatti, di ogni egualitarismo proclamato a parole.

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La retribuzione dei medici di famiglia si compone di quattro parti: una quota capitaria per numero di assistiti, una variabile per modello organizzativo, una per prestazioni aggiuntive e una frutto di accordi regionali. Un massimalista con 1.500 pazienti può guadagnare anche 9-10mila euro lordi al mese.

I tentativi di riportare i medici di famiglia al centro dell’offerta dei servizi sanitari sono tutti naufragati tra veti e pressioni corporative, a difesa dello status quo. Croste cicatriziali di un’Italia sfigurata dall’immobilismo. Dove le riforme si fanno e si mettono nel cassetto, com’è accaduto a quella del ministro Balduzzi, o piuttosto dove si raccontano come riforme le politiche distributive di denaro pubblico, preso in debito dalla politica per pagare alle categorie servizi che i cittadini avrebbero diritto di pretendere a costo zero.

“Speranza: ora profonda e coraggiosa riforma del sistema sanitario nazionale”, titola l’Ansa il 30 settembre scorso, riportando la conferenza stampa del ministro. Il cui coraggio è però quello di distribuire incentivi ai medici di famiglia per farli entrare, su base volontaria, nella strategia di intercettamento del Covid sul territorio. Mentre ormai ci si contagia in fila per il tampone e il virus dilaga per ogni dove, imponendoci un nuovo oneroso lockdown.

La mole di riforme bloccate, abortite, disarticolate, o piuttosto semplicemente ignorate, pesa come un macigno in un palazzo abitato da inquilini che diffidano l’uno dell’altro, e il cui contratto di locazione ha una scadenza incerta. Nessun governo nato per impedire a un’altra maggioranza politica di governare oserebbe mettere mano a riforme autentiche. “Chi ci ha provato con serietà è andato a casa”, mi ricorda, in uno scambio di whatsapp, un sottosegretario a cui faccio notare la catena di annunci contraddittori e fittizi dall’inizio della pandemia a oggi. “Ricordati – mi scrive - la guerra dei tassisti a Prodi, che ci aveva provato e per questo fu disarcionato, e poi l’accordo successivo di Veltroni con quella lobby per annullare ogni sforzo di cambiare”.

Fuori dal Palazzo, in un Paese e in un sistema mediale che hanno dimenticato che cosa sia per davvero una riforma, l’ennesimo annuncio della svolta si racconta con il titolo che ne dà qualche giorno fa il Corriere della Sera: “Speranza e la riforma da 65 miliardi per cambiare la sanità”. “Ogni riforma evoca tagli – scrive l’articolista nell’attacco del pezzo -. Ma questa volta i soldi ci sono, e tanti, e così la riforma della sanità italiana, attesa da anni, si prospetta come una vera rivoluzione”.

Ma se qui, e ancora, ogni salmo finisce in gloria, l’Europa sarà disposta a guardare a queste “riforme” con la stessa indulgenza dei nostri occhi?

di Alessandro Barbano.

Articolo pubblicato su Huffpost.it

 

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