"Solo rendendo l'Egitto dipendente otterremo qualcosa su Regeni”

Camporini: un regime con 60mila detenuti allenterà la stretta sui diritti umani solo se legato al nostro Paese

«Un conto sono gli affari economici, un altro la questione etica del caso Regeni: I due aspetti non possono assolutamente essere messi in contrapposizione. E in ogni caso, anche per quanto concerne il ricercatore friulano torturato e ucciso, per ottenere qualcosa dall'Egitto dobbiamo legarlo al nostro Paese e non farcelo nemico». Il generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa, consigliere scientifico dell'Istituto affari internazionali, non interpreta negativamente la possibilità che l'Italia venda due fregate italiane Fremm all'Egitto.

Eppure si tratta della prima potenza militare in Medio Oriente. Considerate le chiusure sul caso Regeni, come interpreta il potenziale contributo dell'Italia per rendere l'Egitto ancora più forte sul piano degli armamenti?

«Il problema è molto più ampio: prendere l'Egitto di punta non serve a niente, mentre renderlo dipendente da noi può muovere qualcosa anche per Giulio Regeni. Per quanto ci riguarda, un regime che ha 60 mila detenuti solo perché si sono ribellati al sistema, può allentare la stretta sui diritti umani solo se è legato al nostro Paese. Dobbiamo, insisto, renderlo dipendente».

In che senso?

«Gli egiziani hanno bisogno delle nostre navi per difendere i giacimenti di gas, nelle loro acque territoriali, dove abbiamo già investito attraverso l'Eni. Quei giacimenti hanno bisogno di postazioni navali di grandissimo livello e le due fregate Fremm sono le migliori al mondo. Quella degli egiziani non è solo una corsa a essere i più forti militarmente, ma una necessità per difendere il patrimonio energetico vulnerabile. La Turchia è molto determinata nella ricerca di idrocarburi nel Mediterraneo e gli egiziani devono difendere interessi vitali. Del resto l'Egitto si sta armando da tempo: gode di uno stanziamento di 1 miliardo e 200 milioni di dollari dagli Stati Uniti da spendere in armamenti come supporto americano e importa da Francia e Russia».

Come potenza militare l'Egitto ha superato la Turchia. Come legge questa evoluzione?

«Ritengo sia utile valutare la situazione su un doppio versante. Uno esterno, per l'inserimento nel dominio mediorientale, l'altro di politica interna. Da un lato, cioè, l'Egitto, popolo molto orgoglioso della propria storia, punta a infilarsi nella corsa del dominio regionale da parte di Arabia Saudita, Turchia e Iran. Senza dimenticare che l'Egitto si oppone alla Turchia anche per il processo di pacificazione in Libia. E poi c'è la questione interna: per il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi il nemico principale da sconfiggere in casa è costituito dalla fratellanza musulmana, legata al Qatar. E Qatar significa Iran, quindi l'emergenza è doppiamente da tenere sotto controllo».

Quanto pesa il conflitto in Libia nella contesa Egitto-Turchia?

«Molto. Il presidente Al-Sisi - che appoggia Haftar, leader della Cirenaica - ha recentemente precisato che l'Egitto ha il diritto di intervenire in Libia per garantire il "cessate il fuoco". Mentre la Turchia è schierata accanto ad Fayez al Sarraj. Non dimentichiamo che all'Egitto farebbe comodo avere la Cirenaica come satellite egiziano e potrebbe anche accettare una spartizione della Libia in Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Mentre le Nazioni unite puntano invece alla pacificazione interna».

Secondo la classifica redatta dal Global Firepower 2020 Index, l'Egitto si impone e Israele è considerata la diciottesima potenza militare dietro l'Arabia Saudita e l'Iran.

 «I numeri lasciano il tempo che trovano, in realtà Israele resta il primo Paese in Medio Oriente per capacità operativa».

 

L'intervista completa nell'edizione odierna de La Stampa