Recovery Plan: patto sociale tra imprese e lavoratori

L'editoriale di Raffaele Bonanni su Quotidiano Nazionale. 

Il Governo approva una manovra di 30 miliardi e indica nella cifra stratosferica di 540 miliardi di euro la somma di risorse da investire nei prossimi 15 anni, considerando i soldi del Recovery Plan, le poste già stanziate e quelle della legge di Bilancio appena varata. Il premier Mario Draghi, per di più, ci tiene a sottolineare che avremo un Pil che supererà il 6% e che potrà mantenere questa intensità anche nel 2022. È stato più volte sottolineato, dunque, che nella storia d’Italia non c’è alcun precedente che possa anche pallidamente somigliare al Piano degli investimenti programmati: lo stesso Piano Marshall, finanziato dagli americani nel primo dopoguerra perché interessati a far risollevare la nostra economia, fu di gran lunga meno consistente in termini di fondi mobilitati. Eppure, in quell’epoca gli italiani con e loro giovani formazioni politiche e sociali furono attivi per usare intensivamente quelle provvidenziali risorse. E i risultati vennero e furono rilevantissimi: quelli economici che costituirono l’ossatura della industrializzazione e aprirono l’Italia alla modernità, e quelli sociali con l’inedita edificazione del Welfare State come pilastro socioeconomico della democrazia ritrovata.

Questo è un altro tornante della nostra storia, ma le dinamiche e lo spirito non possono che essere gli stessi di quella importante esperienza, se davvero vogliamo non perdere la straordinaria occasione che ci è data. Le forze politiche e sociali, avendo ciascuno fatto proprie proposte bandiera, devono rendersi contro che è miope sostenerle non traguardandole al conseguimento dei prossimi imminenti risultati positivi dell’economia. Siamo il Paese che per primo e più di altri ha sofferto i contraccolpi della pandemia in Europa ed è per questa ragione che la UE ha disposto per noi risorse economiche impensabili fino a quale tempo fa, aspettandosi un cambio di paradigma riguardo ai comportamenti che nel tempo ci hanno ridotto nello stato in cui siamo. Dunque, l’impiego di questa montagna di risorse per la transizione energetica, per l’adeguamento in senso digitale della nostra cultura e dei sistemi produttivi e amministrativi, della “education” e della logistica, ha bisogno di procedere in un clima di partecipazione e cooperazione molto intensa.

Questi requisiti si ottengono alla condizione che partiti, parti sociali e soggetti collettivi rappresentativi parlino un solo linguaggio con un forte coinvolgimento dei loro rappresentati per allargare il più possibile la consapevolezza dei cittadini. Questo è il loro compito nella Repubblica, non di ingaggiare improbabili bracci di ferro che distolgono dagli obiettivi di fondo. Non aiuta i cittadini a capire lo straordinario sforzo di mobilitazione del PNRR, il protrarsi del reddito di cittadinanza a giovani che possono rifiutare il lavoro in costanza di una occupazione disponibile e senza alcun obbligo almeno di partecipazione a corsi di qualificazione. Gli ammortizzatori sociali vanno estesi a tutti i lavoratori, ma non si comprenderebbe il senso dell’operazione se la fruizione non fosse vincolata, anche in questo caso, all’obbligo di partecipare a corsi di formazione professionalizzanti. Sulla previdenza l’idea stessa di un cantiere con continue modifiche , disallineate dall’equilibrio dei conti previdenziali, è comunque un danno a chi andrà in pensione in futuro ma anche per chi è pensionato. Così come l’insistenza a potenziare i servizi pubblici per l’impiego come se dovessero sovrintendere a ogni soluzione di incontro tra domanda e offerta di lavoro e non, invece, specializzarsi per tutelare solo le categorie più deboli e, al massimo, controllare le attività delle agenzie private di collocamento.

In definitiva, servirebbe un Patto sociale complessivo: sarebbe il modo migliore per coinvolgere lavoratori e imprese, soggetti primari perché si ottenga un'adeguata responsabilizzazione per accompagnare il Recovery Plan e per mettere all’angolo coloro che in ogni occasione traducono in populismo ogni proposta. E come prima mossa si potrebbe cominciare dall’ottima occasione di allocare gli otto miliardi decisi per abbassare le tasse anche su un piano straordinario per la ri-professionalizzazione dei lavoratori in senso digitale.

 L'articolo di Raffaele Bonanni, responsabile Relazioni Industriali, su Quotidiano Nazionale.