L'assenza di una politica estera comune europea pesa sulla NATO

 

10 febbraio 2022

 

La situazione fra Russia e Ucraina ci dimostra che lo strumento militare europeo ha senso se è al servizio di una posizione unitaria coerente.

 

La crescente concentrazione strategica degli Stati Uniti sull'Indo-Pacifico e il rafforzamento del fianco Est della Nato per contrastare la Russia fanno paventare ad alcuni membri dell'Alleanza una minore attenzione per il versante Mediterraneo. Il cuore del problema è però l'assenza di una politica estera comune dell'Ue, che impedisce all'Europa di incidere su un'area del mondo che vede sempre più protagoniste la Turchia e la stessa Russia. È la tesi esposta dal generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore della Difesa, oggi responsabile Sicurezza e Difesa di Azione, in un'intervista all'AGI.

Al Warsaw Security Forum 2021 il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha invitato a non trascurare il versante Sud della Nato. La crisi in Ucraina sta rendendo questa preoccupazione ancora più concreta? 

"Il problema del fianco Sud della Nato è un tema che l'Italia solleva con regolarità più o meno da sempre. Anche durante la Guerra Fredda tutta l'attenzione era sull'Est e quello che accadeva nel Mediterraneo non veniva considerato come impegno prioritario e noi evidenziavamo come invece il fianco Sud potesse rappresentare un elemento chiave per la capacità dell'alleanza di resistere a un eventuale attacco.

D'altronde all'epoca l'Urss si costruì tutta una serie di relazioni con l'area del Nord Africa, basti pensare al rapporto che aveva Nasser con l'Urss o quando Gheddafi si prestò a operazioni di tipo logistico. Durante il suo lunghissimo mandato, in Libia giunse una quantità sterminata di armi che superava di due ordini di grandezza le esigenze confermate e la convinzione di tutti è che si stesse preparando un grande deposito da cui attingere in caso di confronto tra Nato e Urss per operazioni sul fianco Sud. Noi italiani cercavamo di sottolineare questo aspetto e non trovavamo adeguata risposta, ci veniva detto di non preoccuparci perché c'era la sesta flotta Usa".

Un altro problema è costituito dai conflitti all'interno del fronte Mediterraneo della Nato, resi evidenti dall'alleanza difensiva stretta tra Francia e Grecia in funzione anti-turca...

"Quando la Turchia aderì alla Nato fu una pessima notizia per Mosca. La Nato aveva un baluardo a sud dell'Urss che in qualche modo consentiva quella azione di contenimento che era uno dei pilastri della dottrina geopolitica dell'epoca. La Turchia ha da sempre un rapporto conflittuale con la Grecia ed è quindi chiaro che questa adesione alla Nato era problematica. Lo abbiamo visto, abbiamo sfiorato anche l'incidente militare tra i due Paesi e la questione di Cipro ha messo a dura prova la capacità dell'alleanza di restare unita. Sulla rivalità tra Francia e Turchia pesa poi l'impegno di Ankara in uno sforzo poderoso di affermazione in aree un tempo porto franco di Parigi, il che certo non favorisce il rapporto tra i due Paesi. Un esempio è quello che sta accadendo in Libia dove la miopia dei governanti italiani e francesi, che non avevano capito di avere interesse comune nel difendere insieme e si sono becchettati l'un l'altro, ha lasciato spazio alle manovre turche e russe, riducendo in modo sensibile la loro capacità di influire". 

Nondimeno, le nuove priorità strategiche degli Usa richiedono un maggiore protagonismo dell'Europa nel Mediterraneo...

"Impegnati in modo determinante sul fronte Indo-Pacifico, gli Usa sarebbero molto contenti che le potenze amiche dell'area - Francia, Italia e Spagna - assumessero un livello di responsabilità tale da consentire loro di sgravarsi e concentrare loro sforzi altrove. Ce lo hanno detto in tutto le salse ma oggettivamente, se non c'è una rivoluzione culturale in Europa nei confronti della politica estera comune, gli Usa dovranno essere presenti a livello politico-diplomatico. Se non siamo capaci di costruire una chiara visione di interesse dell'Europa, e non dei singoli Paesi, non possiamo sperare di essere di essere considerati partner con i quali avviare un dialogo costruttivo invece di restare quelli che vengono informati a cose fatte".

In questo c'è grande continuità tra Trump e Biden...

"La politica estera americana è assai singolare nel suo mantenere una continuità significativa a prescindere dall'amministrazione in carica. È chiaro che ci sono sfumature diverse ma la realtà dei fatti è dettata dalla percezione dell'interesse nazionale, che è assolutament bipartisan. Cambiano i toni, Trump era più sguaiato ma lo stesso Obama in una lunga intervista all'Atlantic definì gli europei "free rider" (ovvero "scrocconi", nda).

Ho sempre definito 'schizoide' l'atteggiamento degli americani: da sempre lamentano lo scarso impegno degli europei e il problema del burden sharing non è di queste ultime settimane ma risale agli anni '60, con la pressante richiesta americana di fare di più con la difesa. Ricordo una chiacchierata con un militare americano al quale dissi che è vero che spendiamo molto meno di loro ma è anche vero che la difesa non è fatta solo di budget miltiari e mezzi ma di tutto l'ambiente. L'Europa, in caso di uno scontro, sarebbe campo di battaglia, il che sarebbe un bel contributo alla difesa comune. Gli Usa devono anche riconoscere che buona parte dei quattrini spesi in difesa non li spendiamo in casa ma per comprare i loro missili, quindi in qualche modo c'è una compensazione diretta. È un dibattito che va avanti da quei termpi e nel quale scatta un altro meccanismo contrastante. Di fronte al progetto di una difesa europea comune con maggiori investimenti, gli Stati Uniti ci chiedono: Ma perché volete fare da soli, avete intenzione di non essere perfettamente allineati?".

Di recente il presidente francese, Emmanuel Macron, ha rilanciato il tema di una difesa comune europea. Una svolta è possibile ora che la Gran Bretagna, con tutta la specificità dei suoi interessi geopolitici, è fuori?

"Lo strumento militare europeo ha senso se è al servizio di una politica estera comune, se manca una politica estera comune è inutile avere lo strumento. In passato gli insufficienti progressi venivano attribuiti alla presenza del Regno Unito. Londra era però il dito dietro cui si nascondevano problemi che dopo la Brexit sono venuti alla luce".

Un problema enorme e di vecchia data è, ad esempio, la riluttanza della Germania a spendere in difesa. Berlino ha armamenti obsoleti e un esercito non competitivo rispetto agli altri grandi Paesi europei....

"La Germania non ha solo un problema di efficienza militare ma ha il problema di fondo di non sapere cosa fare delle forze armate. La Francia vuole mantenere una visione globale al di là delle sue reali capacità. La Spagna ha una sua visione peculiare. Abbiamo fatto i Battlegroup, lo Strategic Compass... Il problema è chi decide e in base a quali principi. Non c'è la volontà di mettersi intorno a un tavolo in modo serio per discuterne. Un vuoto progettuale che deve inoltre fare i conti con la visione di altre aree dell'alleanza che spesso hanno posizioni più concrete e coerenti, come i Paesi del Baltico e i Nordici, che almeno in apparenza hanno una visione comune.

Anche qua non c'è nulla di nuovo. Nel 2003, ai tempi dell'invasione americana dell'Iraq, dissi a un convegno che non ero scandalizzato dall'operazione ma che lo scandalo era che, prima dell'avvio delle operazioni, non ci fosse stato un tentativo di mettere i ministri degli Esteri Ue a un tavolo a porte chiuse per uscire con una posizione comune. Non c'era stato nemmeno il tentativo di convocare una riunione".

 

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