Non spetta a noi dire agli ucraini se devono arrendersi

 

16 marzo 2022

 

L'intervista di Vincenzo Camporini a Il Tempo.

Vincenzo Camporini, 75 anni, è stato il capo dell’Aeronautica italiana e poi il capo di Stato Maggiore della Difesa. Conosce la guerra, e anche la politica. Perché l’ha frequentata in questi anni prima candidandosi alle elezioni con le liste radicali e poi aderendo al partito di Carlo Calenda.

Generale, le ragioni, nel conflitto, sono tutte dell’Ucraina? O anche la Russa ha qualche ragione?

"Le ragioni della Russia sono un’infinitesima parte delle cause di questo conflitto. Ritengo che Putin abbia cercato tutti i pretesti per avviare un’operazione che aveva in mente da tempo. L’adesione dell’Ucraina alla Nato non era in agenda dall’epoca della Crimea nel 2014, e Putin lo sa benissimo. Così come è un pretesto quello di non volere paesi Nato al confine con la Russia".

Perché è un pretesto?

"Perché la Russia ha già paesi Nato ai confini. Per esempio l’Estonia, la Lettonia, La Polonia, la Lituania, e confina a nord con la Norvegia che è nella Nato dal 1949".

Poi c’è la vicenda del Donbass…

"Sì, è una vicenda che si trascina da anni. Qui possiamo vedere una qualche responsabilità anche del governo di Kiev. Non ha mai avviato la realizzazione degli accordi di Minsk, stipulati nel 2014, che prevedevano che entrambe le parti facessero dei passi in una direzione. Ciascuna parte si aspettava che fosse l’altra a fare il primo passo, e quindi non si sono realizzati".

Mandare armi, lei dice. Ma non c’è rischio di provocare solo un aumento delle vittime?

"Questo argomento io lo trovo veramente pretestuoso, nel senso che non spetta a noi dire agli ucraini se devono arrendersi. Lasciamo decidere loro, no? Gli ucraini sono coloro che sono stati aggrediti, quindi se loro decidono di resistere, noi del mondo libero abbiamo il dovere di dargli una mano".

La Russia può essere sconfitta sul campo?

"Sulla carta sembra di no. Ma a giudicare da quello che sta accadendo sul terreno, questa certezza cessa di essere così granitica. La performance operativa russa in questa vicenda non appare esaltante. L’uso di armi non di precisione, la lentezza dell’avanzata, le difficoltà logistiche che sono apparse evidenti fin dall’inizio, fanno venire qualche perplessità sulla capacità operative delle forze armate russe che sulla carta sono sicuramente molto superiori rispetto a quelle ucraine".

Le sanzioni non rischiano di avere conseguenze molto pesanti per noi?

"Le sanzioni costano a chi le impone, e ovviamente sono pesanti per chi le subisce. Non si può sperare di avere un risultato politico se non si è disposti a pagare un prezzo. Il prezzo che la Russia pagherà per queste sanzioni forse non sarà così immediato ma a lungo andare sarà insostenibile. Le faccio un esempio: la decisione dell’Unione Europea di rendersi indipendente dal punto di vista energetico nel 2027 vuol dire che fra cinque anni la Russia avrà perso il suo più importante cliente per l’unica cosa che riesce ad esportare, che sono i prodotti energetici".

L’Ucraina deve entrare nella Nato?

"L’Ucraina al momento non può entrare nella Nato perché dal 2014 l’Ucraina si trova ad avere una parte del suo territorio che è stato strappato con la forza ed annessa ad un altro paese. Si trova da allora in una situazione di conflitto aperto allorché congelato. La Nato ha un principio fondamentale: nel caso un paese venga aggredito è costretta ad intervenire e quindi l’adesione dell’Ucraina alla Nato in questa situazione comporterebbe l’immediata apertura di un conflitto con la Russia".

Rischiamo un Vietnam nel cuore dell’Europa?

"Questo dipende da Putin. Se Putin si ostina a voler occupare l’Ucraina si troverà di fronte un paese completamente ostile che gli creerà problemi che possono essere paragonati a quelli dell’Afghanistan".

Lei pensa che Israele possa avere un ruolo importante nella trattativa?

"Ho visto con interesse quello che sta facendo Bennet. Non ho idea se goda di un ascolto completo da parte di Mosca e di Kiev. Però è un fatto nuovo ed interessante".

È possibile una nuova Yalta con tutte le grandi potenze al tavolo?

"Quello che è necessario è sicuramente una ridiscussione degli asseti di sicurezza in Europa. Cosa che presuppone la volontà di tutte le parti di trovare un accordo. Abbiamo un’organizzazione che si chiama Osce che nasce a valle degli accordi di Helsinki. Che avevano garantito determinate condizioni di stabilità in Europa. Si possono tranquillamente ridiscutere. L’importante è che ci sia la volontà di farlo".

Non crede che l’Europa stia facendo poco?

"L’Europa sta facendo il massimo che può fare in queste condizioni. Un’Europa che trovi finalmente un assetto politico concreto sotto una qualsiasi forma, con una visione di politica estera comune, potrebbe fare di più".

L'intervista di Vincenzo Camporini, responsabile sicurezza e difesa, a Il Tempo.

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