Via Conte e fronte repubblicano con Premier autorevole

L'intervista di Carlo Calenda a La Voce repubblicana.

La crisi di governo aperta da Italia Viva è servita, al momento, a denunciare i limiti politici, programmatici ed esecutivi della coalizione di governo giallorossa. Ne ha messo a nudo l’inconsistenza dal lato della gestione della pandemia, ha evidenziato preoccupanti tensioni nel rapporto transatlantico, ha fatto emergere uno stato di stress della tenuta democratica aggravato da un tentativo accentramento di poteri e derive anticostituzionali nell’abuso di decreti amministrativi e sospensione delle libertà individuali. A questi innegabili fallimenti Carlo Calenda ha aggiunto rilievi critici di carattere ancor più radicale, dichiarando la gestione della crisi tanto inadeguata quanto la maggioranza che sostiene il governo. Per il leader di Azione, nè la caduta del Presidente del Consiglio, nè un rimpasto risolverebbero quella che a tutti gli effetti si presenta come una crisi di sistema. Ne ha discusso con La Voce Repubblicana.

D: On. Calenda, lei si è mostrato critico verso la crisi di governo in atto. Vuole spiegare il perché?

Perché ognuna delle parti in commedia hanno dato il peggio di sé. Conte in questi mesi ha galleggiato più che governato e, una volta aperta la crisi, prima ha sbracato su tutto quello che chiedeva Renzi, poi ha avviato un’indecorosa pesca di “responsabili”, ha minacciato le elezioni e oggi in extremis ha chiesto perfino l’aiuto degli europeisti e liberaldemocratici come Azione, dopo aver sistematicamente ignorato ogni nostra proposta…  Tutto per tenersi la poltrona. Renzi ha avuto un atteggiamento totalmente incoerente: ha favorito la nascita di questo governo, avallandone le cose peggiori, ha aperto la crisi nel mezzo di una pandemia senza aver costruito un’alternativa, attaccando Conte in modo durissimo, salvo dire subito dopo che non ha pregiudiziali su di lui e astenersi sulla fiducia. Il Pd si è totalmente appiattito sui grillini, non esprime alcuna linea ed è finito ad avallare persino il mercato dei responsabili, tradendo completamente la “vocazione maggioritaria” sbandierata per anni.

D: Tuttavia, le obiezioni sollevate dalla delegazione di IV sono serie e fondate. Il PCM ha messo sotto stress la Costituzione accentrando poteri legislativi su di sé attraverso l’abuso di DPCM; ha mantenuto la delega ai servizi segreti, fatto che ha creato alcune tensioni nelle relazioni trans-atlantiche; ha affidato tutti i poteri di spesa emergenziale ad un solo personaggio in evidente deriva sciamanica e messianica; ha presentato un PNRR mal concepito, mal scritto e raffazzonato con 48 righe di indirizzo operativo confuse e sconclusionate. Mandare via questo governo, e soprattutto, questo PCM dovrebbe essere una priorità condivisa, o no?

Alcune obiezioni sono sicuramente fondate. Considero Conte un pessimo Presidente del Consiglio, totalmente inadeguato al momento che stiamo vivendo. Detto questo, i DPCM e la “non delega” ai servizi non sono fatti nuovi. Idem Casalino.  E quanto al PNRR, è vero che quello inizialmente pubblicato dal governo era pessimo, ma non si risolve il problema spostando i soldi da una voce all’altra come ha chiesto e in parte ottenuto IV. Serve un lavoro fatto seriamente, approfondito in ogni aspetto, e questo governo si sta dimostrando totalmente inadeguato a farlo. Va cambiato in toto. Pensare di risolvere i problemi cambiando solo Conte, o con un rimpastino, è semplicemente ridicolo.

D: In caso di consultazioni da parte del presidente della Repubblica, la componente politica di Azione cosa indicherebbe a Mattarella per dare un incarico che possa in qualche misura dare al paese delle prospettive di ripresa?

Lo dico da quando è iniziata la pandemia e si parla di recovery plan: serve un governo sostenuto da una maggioranza più ampia che si riconosca nei valori europei, composto da persone con esperienza amministrativa e guidato da una personalità autorevole anche a livello internazionale. Non possiamo permetterci la confusione gestionale, condita di retorica stucchevole, che questo governo ci ha propinato in questi mesi. Una cattiva gestione dei miliardi in arrivo dall’Europa determinerebbe una definitiva perdita di credibilità del paese, con rischi incalcolabili. Serve qualcuno che sappia gestire, non pontificare.

D: L’emergenza sanitaria e la crisi economica che ne consegue, in una Repubblica democratica (che per definizione è un patto sociale con regole condivise), non richiederebbe uno sforzo unitario di tutte le forze politiche attorno ad un programma di governo molto contenuto con tre punti: (i) pandemia, (ii) NGUE, (iii) legge elettorale, affidato a una persona competente e con prestigio nazionale ed internazionale?

Sicuramente sì. Sulla pandemia serve un cambio di passo. La gestione di Arcuri è stata pessima e lo scaricabarile Stato-regioni inaccettabile. In questo momento, l’assenza di informazioni chiare sull’organizzazione del piano vaccinale mi preoccupa molto, perché si rischia, di rimanere indietro rispetto agli altri paesi. Un rischio che non possiamo correre, sia per ragioni sanitarie che economiche. Chi vaccina prima, riparte prima e torna prima alla normalità economica. I fondi europei dovranno essere utilizzati per realizzare un vero e proprio programma di governo che abbia come obiettivo l’eliminazione, o almeno la riduzione dei gap che ci dividono dai grandi paesi europei: giovani, parità di genere, digitalizzazione, efficienza della PA, giustizia, fisco. È una sfida immane, ma non si può più rinviare e bisogna cogliere questa occasione, o l’Italia rischia di finire ai margini per sempre. Quanto alla legge elettorale, vedremo se ci saranno le condizioni per cambiarla. Noi di Azione siamo per l’uninominale a doppio turno, ma Conte ha già detto che punta a far approvare una legge proporzionale, che secondo noi riporterebbe il paese alla prima repubblica. E non si capisce poi perché un premier senza partito, con ben altre cose a cui pensare, dovrebbe impicciarsi delle riforme istituzionali.

D: Azione e il Pri hanno firmato un accordo politico per la costruzione di un’area repubblicana, liberaldemocratica, laica, autonoma da destra e sinistra. Non ritiene che sia venuto il momento di offrire una proposta politica unitaria, per consentire a tutto un mondo che si muove idealmente, civilmente e culturalmente con i valori Repubblicani e liberaldemocratici di definire un modello di società democratica, in cui i valori si associno a competenza, dovere e la virtù civile verso l’interesse generale?

L’obiettivo per cui è nata Azione è proprio questo. L’Italia è l’unico paese in cui i partiti socialdemocratici e popolari si sono arresi all’idea che per vincere occorra allearsi con i populisti o con sovranisti. Serve una forza che, riunisca tutti coloro che, anche provenendo da famiglie politiche diverse, vogliano rimettere al centro i valori fondanti della Repubblica: libertà personale ed economica, stato di diritto, solidarietà. Azione vuole dare vita a questa aggregazione e l’accordo con il partito repubblicano, al quale spero ne seguano altri con le forze che si riconoscono negli stessi valori, è importante perché segna un primo passo. Serve una nuova proposta politica forte e unitaria, che scardini il sistema attuale, costringendo socialisti e popolari ad abbandonare le attuali estreme.

D: La crisi pandemica ha messo in evidenza la debolezza dello Stato (non che ce ne fosse bisogno) e un caotico rapporto tra Stato e Regioni. Considerato che oltre l’80% delle risorse regionali sono impiegate in assistenza e sanità, che circa il 15% del bilancio serve per pagare dipendenti e funzionamento del consiglio e della giunta di una regione, che le regioni fanno formazione professionale per i propri dipendenti di una o due ore all’anno, se non sia il caso di ridisegnare l’architettura dello stato con accorpamento di comuni, abolizione delle province e delle regioni e attribuzione alle Città Metropolitane di un ruolo più forte nella creazione di politiche di sistema e professionalità nel rapportarsi ai progetti strategici europei e recepire i fonti che provengono dall’Europa?

Il rapporto Stato-Regioni, come ho detto prima, è stato un enorme problema nella pandemia, per colpa della pessima riforma del Titolo V del 2001. Sicuramente occorrerà rivedere la struttura istituzionale del Paese, e la riforma dovrà investire anche il sistema delle Città Metropolitane che fino ad oggi non ha funzionato. In Azione stiamo approfondendo l’argomento, coinvolgendo costituzionalisti, amministratori locali e altri esperti, per avanzare una nostra proposta. Dubito, però, che una riforma costituzionale sia possibile nel breve tempo visto anche il contesto politico. Detto questo, nella crisi pandemica si poteva fare molto meglio. Lo Stato doveva avere più coraggio nell’esercitare poteri eccezionali e sostitutivi rispetto alle Regioni, cosa che avrebbe potuto fare secondo molti costituzionalisti. E oltre al coraggio è mancato, sia nel Governo che nelle Regioni, il senso di responsabilità necessario per raggiungere intese forti e dettagliate. La verità è che l’incertezza sulle competenze ha fatto comodo a tutti, perché ha facilitato il penoso scaricabarile di questi mesi, vedi il caso della riapertura delle scuole.

D: Azione è stata di recente promotrice insieme a +Europa di un appello per l’istituzione in Italia di una Commissione indipendente sui diritti umani. Può confermare che, sempre in questa direzione, Azione adotterà la definizione internazionale di antisemitismo dell’ International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra)?

Sì. Abbiamo deciso di adottarla ufficialmente il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, perché è un riferimento fondamentale per le politiche finalizzate a combattere l’antisemitismo.

Intervista pubblicata su La Voce repubblicana.

 

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