Questa fase storica sta scatenando i peggiori istinti statalisti e dirigisti

L'editoriale di Andrea Mazziotti.

Di fronte a una crisi come quella del Covid-19, la necessità di un intervento statale pesante e a debito è riconosciuta persino dai sostenitori del libero mercato e nemici della spesa pubblica, del deficit e del debito come il sottoscritto. Ma considerare necessario l’intervento dello Stato non significa, per noi liberali, diventare statalisti. Anzi, bisogna prepararsi a una dura lotta.

Le dichiarazioni di questi giorni di numerosi esponenti di Pd e M5S e dei loro consulenti, ma anche dell’opposizione, confermano, infatti, che questa fase storica sta scatenando i peggiori istinti statalisti e dirigisti. 

Si ipotizzano interventi dello Stato per distinguere tra attività economiche essenziali, da finanziare, e non essenziali, da cui estrarre valore, ovvero tassare di più (così Marianna Mazzucato). In pratica: sono io, Stato, e non tu, consumatore, a decidere se per te è più importante un prodotto o un altro. E soprattutto si parla di nazionalizzazione come se fosse il rimedio a tutti i mali, come se la nostra economia non stesse ancora pagando l’inefficienza di un sistema economico a trazione pubblica.

Un esempio per tutti è il caso Alitalia. In audizione in Commissione Trasporti, il ministro Patuanelli ha di fatto ammesso che il Governo intende scaricare a tempo indeterminato sul bilancio statale il costo di una società che poteva essere tranquillamente venduta e che perde soldi fin da quando era…pubblica. E i contribuenti ancora pagano.

La funzione dello Stato in questa fase deve essere, invece, esclusivamente quella di rafforzare i servizi essenziali (sanità, istruzione, sicurezza), assicurare tutele temporanee a chi è in difficolta e fornire al sistema privato i mezzi di cui ha bisogno per rinascere. Le misure adottate fino ad ora dal Governo, anche se con parecchi difetti attuativi vanno in quella direzione: finanziamenti alle imprese, ammortizzatori sociali, sussidi, proroghe sui pagamenti delle tasse, crediti di imposta. Tutti strumenti che mettono (o lasciano) soldi nelle tasche di imprese e cittadini e quindi condivisibili, almeno nell’impostazione. 

Il pericolo però non è passato. Dopo questi interventi emergenziali per fermare l’emorragia ed evitare un collasso drammatico, infatti, arriveranno le misure strutturali destinate al rilancio dell’economia, da finanziare con Eurobond, recovery fund o semplicemente emissioni di debito acquistate dalla BCE. Ed è lì, di fronte alla necessità/opportunità di spendere decine di miliardi, che bisognerà bloccare i tentativi di chi punta alla statalizzazione dell’economia.

Con quei soldi, lo Stato dovrà sicuramente fare investimenti massicci su sanità, infrastrutture, scuola e sicurezza. Per il resto, l’azione e le risorse pubbliche dovrebbero essere indirizzate a sostenere e accompagnare l’impresa privata: finanziamenti, agevolazioni fiscali per chi investe, semplificazioni, internazionalizzazione, liberalizzazioni e norme di protezione da distorsioni anticompetitive, anche esterne. Queste devono essere le priorità.

Gli interventi diretti dello Stato nelle imprese vanno invece evitati, se non in casi estremi e per un tempo limitato. Gli eventuali investimenti nel capitale delle azione devono essere fatti utilizzando strumenti che diano, semmai, allo Stato diritti economici, ma sicuramente non diritti gestionali. E che prevedano la libertà dell’imprenditore di liberarsi del socio pubblico in qualsiasi momento, ripagando quanto ricevuto.

Insomma, l’errore più grave che si potrebbe commettere in questo momento è pensare ad un ritorno all’IRI o a soluzioni del genere, che metterebbero la nostra impresa in mano alla politica. Per risollevare l’economia italiana, lo Stato non deve certo stare a guardare: ha il fondamentale ruolo di mettere a disposizione risorse, strumenti e regole per consentire ai nostri imprenditori di recuperare, rafforzarsi, crescere e competere con quelli del resto del mondo. Ma non deve pensare neppure per un minuto di sostituirsi ad essi, perché non ne ha né la capacità, né le competenze, né la creatività.