Decreto Semplificazioni, uno slogan che complica la vita ai cittadini

Pastorella e Danesi: "Si dovrebbe semplificare la vita dei cittadini, non complicarla per semplificare quella dello Stato".

Il Decreto Semplificazioni dovrebbe, tra le altre cose, semplificare la diffusione dell’amministrazione digitale, favorendo la cittadinanza digitale e lo sviluppo dei servizi digitali della PA. 

Il Governo, però, ha inteso il concetto di semplificazione digitale in modo tutto suo: si semplifica la vita per lo Stato, che aumenta a dismisura il suo potere, ma non per i cittadini, introducendo vincoli oggi inesistenti e creando  confusione, anche per mancato coordinamento con le norme vigenti. Dopo 1500 emendamenti, sicuramente quello che uscirà dalla “madre di tutte le battaglie” come l’ha chiamata il premier Conte, non sarà quella manna dal cielo per i cittadini che la ministra dell’Innovazione Pisano vorrebbe far credere.

Quando si dice 'semplificazioni' si dovrebbe pensare a semplificazioni per la vita dei cittadini, non a complicazioni per i cittadini per semplificare la vita allo Stato. Qualche esempio: Il decreto crea nuove regole che penalizzano e confondono il cittadino, come per esempio sul registro di domicili digitali. Il cittadino, una volta inserito il proprio domicilio, non può più cancellarlo. E non può eleggere domicili speciali un aspetto critico per determinate categorie di atti, per i quali i privati di solito eleggono proprio domicilio speciale presso dei professionisti di loro fiducia (commercialisti, avvocati, consulenti famigliari, ecc.). Entrambe queste norme potrebbe avere un effetto dissuasivo sull’uso del domicilio digitale, che invece di per sé sarebbe un fatto positivo. Il DL crea anche confusione sull’uso della PEC, che non è uno strumento di identificazione digitale, ma alla quale vengono attribuiti effetti analoghi.

Il DL è tanto severo e restrittivo con i cittadini, quanto vago e lasco per lo Stato. Il decreto, infatti, pullula di esempi di obblighi per lo Stato con tempistiche sorprendentemente brevi – per la maggior parte nel Febbraio 2021 - ma totalmente privi di sanzione. E sappiamo bene in questi casi come va a finire.

Anche sotto il profilo della gestione dei dati, il DL tradisce l'origine pentastellata. Al digitale viene dato il compito di centralizzare i processi da parte dello Stato, creando rischi sia informatici che democratici. L’articolo 26 per esempio prevede l’introduzione di una piattaforma nazionale che archivia tutti i gli atti notificati della pubblica amministrazione. Una piattaforma così concepita conterrà una grande vastità di documenti riservati e dati sensibili di cittadini italiani. Ciò la rende un bersaglio critico per attività cyber-criminali. Ma nella bozza non si accenna a metterla in sicurezza, magari di concerto con i servizi per la protezione dello Stato, e che questa sicurezza sia verificata periodicamente e che ci sia una procedura chiara – e potenzialmente anche sanzionatoria- in caso di data breaches. Dal provvedimento emerge anche una visione arcaica della sicurezza informatica, fondata solo su soluzioni tecniche, senza alcuna sensibilità alla necessità di sensibilizzare la PA sull'uso consapevole degli strumenti digitali (c.d. cybersecurity awareness), uno degli obiettivi peraltro del piano triennale per la digitalizzazione della PA appena approvato.

Sotto il profilo di ruoli e responsabilità, poi, il DL fa un gran confusione su competenze, ruolo e rapporti reciproci tra AGID e Capo Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio, ignorando spesso il contenuto delle norme esistenti.

Insomma, siamo di fronte all'ennesimo provvedimento annunciato come "epocale", "decisivo", che "ci porterà nell'era del digitale" e via strombazzando, che in realtà rischia non solo di non migliorare le nostre vite, ma di complicarle ulteriormente, sottraendo anche un pezzettino di libertà a favore dello Stato.

 

Giulia Pastorella e Davide Danesi, responsabili Innovazione Digitale