Ha vinto la cultura del sospetto

Barbano: "Passa dal trojan la filosofia dell'indagarne uno per spiarne cento".

Ci sono passaggi della nostra storia repubblicana che non ricevono sui media un’attenzione pari all’impatto che hanno nella vita dei cittadini. È il caso della riforma delle intercettazioni, entrata in vigore il primo settembre nella sostanziale indifferenza del giornalismo di quotidiani, siti e tv. Eppure da questa legge la nostra civiltà giuridica subisce un’amputazione che non ha precedenti. L’ha raccontata ieri Mattia Feltri evocando la metafora del cassetto inviolabile, dove lui, adolescente, poteva nascondere i suoi segreti, perché, per un preciso patto con i genitori, non sarebbe mai stato aperto. Quel cassetto distingue una democrazia, che rinuncia a vedere e a sapere tutto rispettando una quota di privatezza dei cittadini, dai regimi che, in nome dell’efficienza, della verità e della giustizia, impongono una sorveglianza totalitaria sulla vita di una comunità. Da oggi quel cassetto è squadernato davanti agli occhi indiscreti di un pm.

La riforma estende l’uso delle intercettazioni a procedimenti penali diversi rispetto a quello per cui sono state autorizzate. Vuol dire: ti intercetto per un’ipotesi di reato, ma poi vado a cercarne altre e ti processo con nuove accuse. Oppure intercetto te, ma poi indago e processo anche tutti quelli, diversi da te, su cui acquisisco indizi. In gergo investigativo si chiama pesca a strascico: si spia tutto ciò che è possibile spiare e non si butta niente, purché serva ad accusare qualcuno. Vedremo così fascicoli ricchi di trascrizioni che volteggiano da un’aula giudiziaria all’altra, persone e fatti lontani tra loro che vengono accomunati da uno stesso destino. Presunto, perché tutto da provare. E cucito addosso da un trojan, cioè un virus spia che un magistrato ha inoculato nel telefonino o nel personal computer. E che ascolta le nostre conversazioni, legge la nostra corrispondenza, guarda le nostre fotografie e i nostri video, registra i nostri sospiri, perché origlia anche quando il telefonino e il televisore sono spenti, mentre andiamo al bagno, mentre facciamo l’amore, mentre litighiamo, mentre ci scusiamo, mentre chiediamo perdono, o piuttosto mentre stiamo piangendo in preda a una colica renale. Ieri occorreva almeno un’ipotesi investigativa di mafia o terrorismo per giustificare questa ferocia investigativa. Oggi basta una denuncia per peculato, citata nell’ordinanza con cui si dispone l’intercettazione, e noi siamo nudi per mesi di fronte a uno sconosciuto che ci osserva, ci giudica e, forse, ci manderà a processo.

C’è una sola grammatica che può giustificare un sistema giudiziario così invasivo: è il sospetto. Il sospetto che è tecnica primordiale della mente, sfuggita al controllo della ragione. Il sospetto che il giustizialismo eleva a trama di ogni relazione umana, facendone la nevrosi della civiltà giuridica. Il sospetto che va a nozze con il captatore informatico. Perché questo costipa la dimensione del tempo in un presente fatto di attimi rubati e riduce la volontà delittuosa a un’espressione. Quello riavvolge la colpevolezza in un racconto in cui si perde ogni differenza tra un piano e un’intenzione, tra un’intenzione e un desiderio, e tra un desiderio e un’emozione. Il sospetto e il trojan possono spingersi oltre gli abusi di qualunque dittatura, indagare il flusso di coscienza della politica e della società intera, tenendole in scacco e garantendo alla magistratura una pericolosa supplenza morale.

Poco conta che prima o poi saremo assolti. Che prima o poi la giustizia constaterà l’irrilevanza di questo frammento di tecnologia investigativa, denunciandone la sua inadeguatezza a diventare prova. Ciò che è “irrilevante” nel processo penale diventa “essenziale” nel processo mediatico. Qui l’oggetto del contendere non sono più i fatti costituenti reato, le azioni per compierli e gli elementi soggettivi del dolo e della colpa, ma le mere intenzioni non qualificabili come elementi della colpevolezza, e perfino i desideri irrealizzabili dei soggetti che entrano nel radar dell’indagine. Perché ciò che rende intenzioni e desideri legittimamente perseguibili e ostensibili non è la fondatezza probatoria, ma proprio l’intensità del sospetto, desumibile dal numero di associazioni e collegamenti che è possibile stabilire tra le notizie acquisite. E’ in questa valutazione quantitativa che la captazione informatica di una microspia diventa centrale, per la sua capacità di condensare la grande mole di dettagli, indizi, associazioni e richiami presenti in una sezione di relazioni umane.

La riforma delle intercettazioni rilegittima quei pm d’assalto che per due decenni si sono prodotti nelle più spregiudicate sortite inquisitorie, abilissimi nel costruire una trama di illazioni per portare inchieste di provincia fin dentro il cuore dei palazzi romani, farle deflagrare sui media per poi vederle sgonfiarsi, come bolle di sapone, nel processo. Alcuni di questi sono finiti in politica, altri hanno inciampato in qualche procedimento disciplinare che gli è costato un po’ di sordina. La loro filosofia era: indagarne uno per spiarne cento. I loro metodi, che ne hanno fatto dei veri e propri professionisti della pesca a strascico e che hanno messo in imbarazzo la stessa magistratura inquirente, oggi vengono convalidati ex post. E loro torneranno in auge, come vampiri risvegliati da una riforma che porta la firma del ministro più forcaiolo della storia repubblicana, Alfonso Bonafede, ma anche il voto di fiducia del Pd e di Italia Viva. A conferma di quanto è alto, per l’alleanza che regge il governo, e per la democrazia, il prezzo di una subalternità al populismo giustizialista.

Eppure l’ennesimo via libera della politica alla magistratura militante arriva mentre il cosiddetto diritto vivente censura e limita la prassi delle intercettazioni a strascico. È del gennaio scorso la sentenza con cui le Sezioni Unite della Cassazione ne vietavano l’utilizzo nei processi diversi da quello per cui erano state autorizzate, dando una lettura restrittiva di quei “reati connessi” per i quali la precedente normativa consentiva una deroga al divieto. Ciò prova che la giurisprudenza più alta e più illuminata ragiona politicamente. Di fronte alla crisi di legittimazione che investe la magistratura, è preoccupata di recuperare uno spirito garantista. Contro questo spirito il legislatore oggi entra a gamba tesa. Nel silenzio dei media, che si accorgeranno presto di essere i primi bersagli della riforma. Tra gli incaricati di pubblico servizio, per i quali la normativa estende l’uso del trojan, ci sono anche i conduttori e i giornalisti televisivi. Lo ha stabilito una ventina d’anni fa la Cassazione. E c’è da scommettere che i pm d’assalto lo terranno in conto.

 

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