La controriforma del lavoro flessibile non aiuta l'Italia

 

06 dicembre 2021

 

L'articolo di Raffaele Bonanni. 

 

Da un paio di anni c’è in atto una sorta di “controriforma” sui temi del lavoro per riportare indietro nel tempo ogni cosa, esponendo a gravi rischi la già claudicante competitività italiana. La rimozione del Jobs act, opponendogli il “decreto dignità “ è la dimostrazione di una grave avventatezza che espone pericolosamente la stabilità della occupazione.

Resiste ancora l’idea che il lavoro si può ottenere dalle leggi e non dalla dinamicità della collocazione nel mercato delle produzioni competitive. Ci si rifugia ancora nelle stantie normative di legge per garantire stabilità del lavoro attraverso aiuti periodici di decontribuzione a favore delle imprese, sostegni economici ai disoccupati e cassintegrati senza obblighi e doveri, improbabili misure contro la precarietà, ma si continua a sottovalutare che la strada maestra è quella di occuparsi dei fattori di sistema per lo sviluppo, nella formazione continua dei lavoratori, in nuove infrastrutture di garanzie sociali a sostegno del lavoro flessibile, in incentivi fiscali e salariali per il necessario lavoro flessibile nella organizzazione del lavoro impegnata alla sua battaglia di assicurarsi commesse nel nuovo mercato globale.

Non si comprende che la soluzione del nostro sviluppo sociale ed economico risiede abbondantemente nella flessibilità ma che per essere efficiente e benefica deve disporre di una infrastruttura di leggi, di contratti collettivi, di contribuzioni e soluzioni ad hoc, di sostegni di welfare specifici, coperti da aiuti fiscali come per il salario per rendere più desiderabile e attrattivo questa modalità di lavoro. Anche il Presidente Mattarella giorni fa ha avuto modo di sottolineare il grande disagio della precarietà. Questi giusti richiami pero devono essere sostenuti da soluzioni definite e coerenti, con l’idea che questo modo di lavorare richiede un sistema su misura che lo regga.

Il lavoro flessibile non è negativo perché si discosta dalla stanzialità della prestazione lavorativa, è negativo quando è pagato male, e non è servito da ciò che rende il lavoratore costantemente in grado di aggiornare la sua professionalità, quando la protezione sociale non è pari al lavoro tradizionale e comunque insufficiente a ripagare e proteggere questo tipo di impegno. Il lavoro interinale, ad esempio, non ha nulla da invidiare alla protezione sociale tradizionale, accompagnato com’è da strutture di welfare contrattuale interessanti, con il sistema formativo persino più efficiente, con contratti di lavoro attagliati a quella specifica realtà, e relazioni industriali assolutamente vivaci e responsabili; non fosse altro che le aziende sono grandi multinazionali che interloquiscono con le grandi confederazioni italiane. Insomma sono un modello!

È ben strano, invece, che la commissione lavoro in Parlamento, in nome della lotta alla precarietà, colpisce il migliore esempio di gestione della flessibilità. Per ignoranza, per pregiudizio o per ideologia, la commissione decide di bloccare l’invio di lavoratori alle dipendenze delle agenzie interinali, quelli addirittura che sono a tempo indeterminato, che si inviano nelle aziende che li richiedono temporalmente per le varie necessità di funzionamento o produttive. Questi lavoratori sono ben pagati con salario pieno mensile, come contrattualmente avviene per altri stanzialmente impegnati, godono della stessa protezione sociale, peraltro affiancata da un interessante welfare contrattuale, godono abbondantemente di formazione continua per essere in grado di affrontare le variegate esigenze aziendali.

L’unica differenza con i lavoratori tradizionali riguarda il fatto che dipendono da grandi aziende multinazionali interinali e che nel circondario dove abitano si devono spostare da azienda ad azienda a secondo delle esigenze che si esprimono; comunque coperti da contratti collettivi stipulati con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

Insomma anche questa volta la intelligente ed efficace gestione della flessibilità viene colpita con una cecità ideologica, tipica di chi non sa di cosa parla e si riferisce a vecchie e dannose ideologie che hanno corroso lungamente le fondamenta della economia di mercato. Sono stati proprio questi comportamenti assurdi che hanno esposto a flessibilità selvagge i lavoratori: si è stati così impegnati a conservare l’impianto vecchio assolutamente incompatibile con la modernità, da non permettere al nuovo di consolidarsi.

Il frutto amaro di questa ideologia è un mercato del lavoro rigido ed incapace di offrire risposte di nuovi mestieri e professionalità, salari bassi, flessibilità selvagge come le false partite iva e lavoratori dipendenti sotto le false spoglie di autonomi e para autonomi in genere. Costoro hanno salari bassissimi, sono senza contratto e protezione sociale; in sostanza sono i nuovi schiavi. Non è un caso che le partite iva e para autonomi, non esistono in nessun altro paese europeo e si sono generati proprio a causa dell’andamento distorto di cui parliamo.

Questa dunque è la precarietà da combattere e da vietare. L’altra quella necessaria e organizzata, va presa a modello per riformare il lavoro per garantire le persone in un modello produttivo che rafforzi lavoro ed economia.

Editoriale di Raffaele Bonanni, responsabile Relazioni Industriali, pubblicato su Formiche.net

Tesseramento 2022 Azione