In Commissione Europea l'Italia negozi in modo duro ma senza isteria

L'intervista di Carlo Calenda a Linkiesta: "Per salvare il sistema industriale europeo serve un piano in due fasi".

Ci sono due cose che gli italiani non sanno di Carlo Calenda. La prima è che, pur criticando il governo Conte, ha condiviso parte della strategia del presidente del Consiglio in Europa. La seconda è che fa parte della commissione per l’industria (Itre) del Parlamento europeo che si occuperà di stilare entro fine maggio delle linee guida su quali strumenti usare per far ripartire l’industria italiana ed europea. 

Per il fondatore di Azione non si può pensare di massacrare le aziende italiane con regolamenti troppo stringenti sull’ambiente. Ma bisogna dividere la ripartenza in due fasi. Sperando che la seconda non sia ambigua come quella di Conte. «Prima della crisi la Commissione aveva una strategia molto vaga perché ha poche risorse nel bilancio e quindi tende di più a tracciare delle linee strategiche che ad agire direttamente. La cosa preoccupante è che Bruxelles continua a proporre una politica industriale centrata sulla trasformazione ambientale e trasformazione digitale senza però tenere conto del coronavirus. Va bene non cambiare gli obiettivi di lungo periodo, ma nel breve non si può essere così fiscali. C’è in gioco il futuro delle imprese». 

Lo ha fatto presente al commissario al mercato interno, Thierry Breton, quando è venuto a parlare con voi della commissione Itre?
Sì, gli ho detto che la Commissione dovrebbe attuare la ripresa in due fasi: nella prima ci si occupa di tutelare e salvare il sistema industriale europea. Poi, vedendo come va la prima, si ristabiliscono gli obiettivi di lungo periodo. 

Qual è il problema di questi obiettivi?
Sono ambiziosi ma la Commissione non ha spiegato come realizzarli. Dire di voler essere a impatto zero sul clima nel 2050 è una bella idea. Ma quanto costerà? Siccome non ci sono investimenti per farlo, perché il budget comunitario è quello che è, siamo arrivati al punto in cui abbiamo normative più stringenti ma senza i fondi per implementarli. E così le nostre imprese sono in una condizione competitiva più penalizzante rispetto al resto del mondo che continua a produrre come gli pare e importa ed esporta in Europa.

Con il coronavirus poi è cambiato tutto.
Sì, abbiamo dato tantissima liquidità alle imprese. Ma sveliamo il trucco: “liquidità” vuole dire debito. Alla fine di questa pandemia avremo imprese sempre più indebitate con una propensione a investire sempre più bassa. Questo è il punto che solleverò giovedì durante l’incontro coi responsabili degli altri eurogruppi per stilare il report del nostro comitato su come impostare la politica industriale. Ma come si fa a fare business as usual in una condizione di questo tipo? 

Ce lo dica lei. Quanto dovrebbe durare questa prima fase di aiuto alle imprese. Mesi o anni?
Mesi. Già dal prossimo anno ci sarà un rimbalzo significativo dell’economia, ma bisogna aver creato una base per agevolare la ripresa. La normalizzazione del sistema arriverà entro la prossima estate. Bisogna fare una politica industriale di otto-nove mesi per rafforzare le imprese e far riprendere loro la normale attività. Ci vorrà tempo. 

E come si realizza nel dettaglio questa politica industriale?
La Commissione europea dovrebbe pagare il conto degli incentivi fiscali concessi dai 27 governi nazionali per rafforzare il capitale delle imprese. Si tratterebbe in sostanza di una super incentivo Ace (Aiuto alla crescita economica, ndr), lo stessa che ho fatto quando ero ministro dello Sviluppo economico per il piano Industria 4.0. Tradotto: una remunerazione fiscale altissima per incentivare gli imprenditori a immettere capitale nelle loro aziende. Ma non basta. Servono anche dei finanziamenti a fondo perduto. Oppure si può potenziare la conversione dei presti in capitale. Gli strumenti ci sono, ma decidiamoli al più presto.

Gli aiuti che lei propone si basano sulla scommessa che l’economia avrà un rimbalzo positivo dopo la caduta. Come un grafico a V: discesa, punto più basso, risalita rapida. Ne siamo certi?
A un anno di depressione dei consumi segue un anno di ripresa. I consumi interni risaliranno almeno la metà di quanto abbiamo perso, ma per raggiungere i livelli pre crisi ci vorranno due o tre anni. Per capirci la V non sarà completa. Ora non dobbiamo pensare solo alla macroeconomia ma alla microeconomia: in che condizioni avremo le aziende europee quando i consumi inizieranno a crescere? Saranno pronte a partire o diverranno fragili e appesantite dai debiti?

Senza la trasformazione digitale le imprese rischiano di uscire dal mercato e senza quella ambientale l’uomo rischia di non sopravvivere al pianeta. Come si fa?
Dobbiamo farla, ma non nei tempi previsti dalla crisi. Oppure se vogliamo mantenere queste scadenze il conto dovrà pagarlo il pubblico, non il privato. Se le aziende devono indebitarsi per cambiare i macchinari o gli approvvigionamenti, e nel frattempo ripagare i debiti che gli hanno concesso gli Stati per ripartire, come faranno a fare anche gli investimenti? Pensiamoci, questo è il vero problema. 

In teoria, il Recovery fund dovrebbe finanziare la ripresa.
In teoria, perché nessuno ancora sa come funzionerà davvero. Spero abbia almeno un migliaio di miliardi. La Commissione vuole finanziarlo con eurobond a valere sul bilancio europeo rafforzato. Per funzionare davvero però deve anche prevedere delle sovvenzioni a fondo perduto. Aspettiamo.

Lei è stato anche critico sul Mes, perché ha detto che rischia di juniorizzare il nostro debito pubblico. Che vuol dire?
È molto semplice. Il debito contratto col Mes, sto parlando in condizioni normali ci tengo a sottolinearlo, è un debito che viene rimborsato prima del debito pubblico, esattamente come quelli del Fondo monetario internazionale. Questo vuol dire che per gli investitori che acquisteranno i nostri titoli di Stato il debito pubblico italiano diventerà più rischioso perché avrà sempre precedenza la restituzione al Mes. Se dovesse essere un prestito da 100 miliardi capite anche voi che potrebbe generare un problema al nostro debito pubblico. Infatti il Mes era nato come prestito di ultima istanza per gli Stati che avevano difficoltà sul mercato. Non è pensato per una situazione in cui uno Stato riesce a emettere titoli. 

E se le condizioni di accesso al Mes fossero straordinarie come stabilito dall’Eurogruppo? Cioè senza condizionalità.
Certo che bisogna prendere il prestito del Mes, se non ci sono condizionalità. Ma il punto è un altro. Perché i 36 miliardi di cui si parla tanto sono in realtà un dato teorico. Per averli tutti l’Italia dovrebbe dimostrare che nel periodo di crisi riuscirà a spendere quella cifra fino all’ultimo centesimo per la Sanità. Mi sbilancio: visto quanto è inefficiente questo governo nell’erogare fondi secondo me al massimo prenderemo 6 o 7 miliardi. Vale la pena farsi mettere sotto programma con dei vincoli per una cifra così bassa? 

Ma l’accordo dell’Eurogruppo è proprio quello di non avere condizionalità troppo rigide per accedere a questo prestito.
Sì ma in questo momento quella dell’Eurogruppo è l’unica dichiarazione nero su bianco che abbiamo. Certo l’ha confermata anche il direttore generale del Mes (Kalus Regling, ndr), ma si tratta di interviste. Dicono che non ci sarà un Memorandum of understanding, e va bene. Ma quando l’Italia tornerà a una situazione normale, il Mes potrà entrare nella gestione delle scelte economiche del Paese? Anche magari indirettamente pressando per il rientro dal debito. Sono convinto che non sarà così, ma vediamo nero su bianco il documento che regolerà lo strumento. Leggiamolo e poi decidiamo. 

Più o meno la posizione finale di Conte.
Guardi, questa è la parte che ho condiviso di più del lavoro del presidente del Consiglio. Conte ha detto chiaramente che il Mes sanitario non era sufficiente. Poi lasciamo perdere le smentite e gli avanti e indietro tattici. Il punto è che ha detto “non basta”. Si è accodato alla Francia e alla Spagna, senza isolare l’Italia. Dopodiché si sono spaccate Parigi e Madrid proponendo varianti differenti del recovery bond e questo ha indebolito la posizione dell’alleanza strategica. Ovviamente gli autoelogi e i meriti che Conte si prende dicendo: “io ho ottenuto, io ho fatto” sono ridicoli. Ma in Europa sono abituati ai presidenti del Consiglio italiani che magnificano il proprio lavoro come se loro decidessero tutto. Il vero casino lo hanno fatto i parlamentari europei. 

Si riferisce alla risoluzione votata dal Parlamento europeo?
Sì, il gruppo dei socialisti e democratici italiani di cui faccio parte ha votato a favore di recovery fund, Mes ed eurobond. In linea col governo. Mentre i 5 Stelle hanno votato contro il Mes e contro il recovery fund, andando contro la posizione di Conte. Per confondere ancora più le idee, Lega e Forza Italia hanno votato contro i coronabond, anche se chiedevano un aiuto concreto dall’Europa. Insomma hanno fatto un casino che la metà basta.

Questa frammentazione ha indebolito la posizione italiana?
Eccome, perché è venuta meno l’unità nazionale agli occhi degli altri europei. Io non sostengo il governo Conte, però in Europa l’ho appoggiato in tutti i modi con diecimila interviste, comprese quelle al Financial Times o alla Bbc. Ho comprato addirittura un annuncio al Faz. 

Molti hanno criticato quell’annuncio, perché l’ha fatto?
Perché secondo me c’era un equivoco di fondo che nessuno aveva spiegato ai tedeschi. La proposta italiana originariamente era che gli eurobond fossero gestiti direttamente dalla Commissione per finanziare dei piani di intervento per tutta l’Europa. Quindi non si trattava di soldi prestati direttamente agli Stati per pagare i debiti degli italiani o degli spagnoli. Era importante mandare quel messaggio, perché fino a quel momento il governo non l’aveva fatto. Conte ha parlato solo dopo coi media tedeschi. E la pagina sul Faz l’hanno firmata i sindaci e governatori di destra e sinistra. La polemica c’è stata solo in Italia. Mentre in Germania la Bild, il Der Spiegel, in Italia l’ex cancelliere Gerhard Schröder sul Corriere della Sera o Emmanuel Macron sul Financial Times hanno tutti ricordato il supporto dato dai Paesi europei alla Germania nella ricostruzione post seconda guerra mondiale. Il messaggio è passato.

Sì, ma sulla questione dei debiti di guerra ci sono alcune inesattezze. E anche l’Itali è stata aiutata nella ricostruzione.
Ma infatti non era mica una rivendicazione negativa. Per “noi” intendevamo ovviamente i Paesi europei nel loro insieme che si sono aiutati a vicenda, con gesti di solidarietà. I nove Paesi che hanno firmato il progetto degli eurobond hanno aiutato a cancellare il debito di guerra della Germania. E poi questa discussione si è fatta in modo scorretto. Perché è vero che 13 miliardi su 29 del debito tedesco riguardavano la prima guerra mondiale. Ma gli altri? Senza contare che l’abbonare questo debito ha dato uno spazio fiscale di 22 punti alla Germania. Un vantaggio competitivo niente male. Loro lo sanno benissimo. Sono gli italiani che non sanno negoziare coi tedeschi.

E come si negozia?
In modo duro e aperto, senza isterie. Da ministro dello Sviluppo economico, quando Berlino e la Commissione europea erano a favore dello status di mercato per la Cina abbiamo negoziato in modo tosto e portando dalla nostra parte la Francia e altri Paesi europei. Ho lavorato molto anche sul governo tedesco convincendo la Spd ad appoggiarci. Non bisogna insultare i tedeschi, ma discutere in modo duro sì. Il problema è che dai noi ci sono due posizioni sulla Germania: chi la considera la perfida matrigna d’Europa a chi la considera invece un ente superiore moralmente, mentre noi siamo i cafoni invitati al gran ballo. In entrambi i casi un pensiero da immaturi. 

Linkiesta - Andrea Fioravanti