Il Tribalismo e la politica

Questa non è raffinata politica, ma gli ultimi giri di giostra di una classe dirigente priva di valori e capacità.

In un Paese normale un Presidente del Consiglio che ha guidato il governo di due forze politiche che volevano uscire dall’Euro non potrebbe pronunciare un discorso tutto intriso di europeismo e di richiamo ai valori dell’UE, senza prima aver spiegato questo suo radicale cambiamento. In Italia non è necessario. E non è necessario perché Conte sa che la tribù di cui momentaneamente è il capo non è interessata ad altro se non all’assicurazione che muoverà guerra alla tribù nemica.

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In un Paese normale, le pratiche sconvenienti di ricerca di voti in cambio di posti non verrebbero tollerate e tantomeno difese o benedette dal ridicolo uso del termine “costruttori”. In Italia invece quello di cui ieri veniva accusata la tribù nemica, diventa oggi normale e viene persino incoraggiato.

Il discorso del Presidente Conte è un concentrato di vacuità, ipocrisia e trasformismo. Le attività svolte a suo nome per acquisire voti negli ultimi giorni sono invece un segno di degrado etico e culturale, benedetto peraltro da tutta la stampa che ieri, quando governava l’altra tribù, si stracciava le vesti e parlava di vulnus all’etica pubblica (Repubblica e il Fatto Quotidiano tra tutti).

Quello che accade non è colpa dei politici o di Conte; la responsabilità è interamente degli elettori che lo tollerano in nome della vittoria della propria tribù. Una nazione divisa in tribù è destinata a declinare, come l’Italia sta peraltro facendo da trent’anni. E sarà così finché i cittadini non riusciranno a muoversi dalla trappola dell’appartenenza e recuperare la libertà di pensiero, e di opinione, che serve per avere un paese sano e ben gestito.

Portare l’Italia fuori da questa melma di retorica, ipocrisia e incapacità è lo scopo di Azione, la nostra ragione politica. Quella che vedete non è raffinata politica, ma gli ultimi giri di giostra di una classe dirigente priva di idee, ideali, valori e capacità.

Carlo Calenda