Non saranno le rotelle a smuovere un sistema scolastico malfermo

Lucia Azzolina fa finta di credere alla nuova scuola. La fermi chi può.

Chissà se, presentando in tv i nuovi banchi della didattica post Covid, la ministra della scuola ha avuto una qualche percezione del grottesco in cui è incorsa. Le sue parole, in realtà, non ne mostrano alcuna. “Permette agli studenti di lavorare in gruppo, peer to peer, di avere un approccio all’apprendimento diverso”, ha detto con la retorica del piazzista in una televendita, indicando la poltroncina con rotelle e ribaltina che, contro le sue migliori intenzioni, appare il simbolo dell’handicap in cui il sistema dell’istruzione è precipitato.

Lucia Azzolina ha messo tutta la scuola italiana su una sedia a rotelle. Ne ha chiuso giustamente le aule il 5 marzo per l’emergenza sanitaria, ma non l’ha riaperte a maggio, né a giugno, né a luglio, quando nel resto d’Europa riaprivano. Ha programmato lezioni online che, in una parte dei casi, sono consistite nell’assegnare compiti a casa con un whatsapp inviato ai genitori e, nella restante parte, hanno escluso gli studenti senza device e connessioni adeguate, il 20 per cento secondo una stima della Fondazione Agnelli. Ha rinunciato a qualunque tipo di formazione per un corpo insegnante che, malgrado ogni impegno profuso, sconta un alfabetismo digitale irrisolto e crede che la didattica a distanza coincida con l’addestramento all’uso delle piattaforme. Con l’effetto di trasferire sulla rete le tradizionali lezioni frontali. E adesso la titolare dell’Istruzione vorrebbe ribaltare il fallimento in una rivoluzione pedagogica, cercando sul mercato in poco più di un mese due milioni e mezzo di poltroncine mobili.

Un investimento ingente in nome del Covid, ma che contraddice anzitutto le ragioni di qualunque profilassi sanitaria. Se la prescrizione dei virologi è quella di mantenere la rigida distanza di un metro tra le bocche degli studenti, non si capisce l’utilità di sedie a rotelle che non servono per distanziare, ma piuttosto per avvicinare. Giustapposte le une alle altre, creano un’isola in grado di aggregare più ragazzi attorno a un progetto, e consentono di comporre e scomporre dinamicamente gruppi di lavoro nell’arco di una stessa giornata. Sono da una decina d’anni uno dei tanti strumenti di una didattica avanzata, ma hanno un senso in una progettazione degli ambienti educativi che comprenda una logistica adeguata, laboratori e spazi per il “dibattito”, materiale didattico specifico e, più di tutto, metodologie di insegnamento estranee alla grandissima parte della scuola italiana. Pensare di rifondare un sistema con una sedia a rotelle è come voler svuotare l’oceano con un secchio.

La Azzolina fa finta di crederci. E indica la poltroncina come il simbolo “di quelle avanguardie educative che rappresentano – dice la ministra – le eccellenze della scuola italiana”. Il riferimento è a un movimento dal basso che ha aggregato, in forma spontanea, centinaia di scuole attorno all’idea di ripensare la didattica e l’intero modello di trasmissione del sapere. Lo coordina l’Istituto nazionale per l’innovazione e la ricerca educativa, Indire, un ente pubblico composto da 400 ricercatori e vigilato dal ministero dell’Istruzione. Il suo presidente, Giovanni Biondi, guida da dieci anni l’European School Net, un consorzio di trenta ministeri dell’Educazione di cui fanno parte anche paesi esterni all’Unione, come Israele, Svizzera e Islanda. Il suo commento però è categorico: “Mai incontrato la ministra, mai parlato in questi mesi con lei, mai finanziati né discussi i progetti che le abbiamo inviato”.

Gli fa eco Laura Scalfi, dirigente del liceo Steam di Rovereto, una delle scuole delle avanguardie: “Queste settimane – dice – servono per la formazione, la progettazione didattica e il reperimento del materiale per le attività laboratoriali. Ma il grosso delle scuole è chiuso e il nostro movimento è stato e continua a essere ignorato dal ministero e osteggiato dai sindacati”. Che, da parte loro, non l’hanno mandato a dire cosa pensano. Con intimazioni alla ministra e ai dirigenti scolastici hanno sostenuto che, se le lezioni sono sospese, i docenti non sono tenuti ad alcuna formazione. E la ministra li ha assecondati.

Perciò una sedie a rotelle non fa primavera. Ma può far scarrocciare un sistema malfermo. L’hanno spiegato i produttori e fornitori di materiale e arredi didattici in una lettera appello, fin qui caduta nel vuoto: l’arredo di una scuola – hanno scritto – non può essere oggetto di un acquisto massivo, alla stregua di una mascherina o di un test sierologico, senza una programmazione degli spazi e un coinvolgimento di una filiera nazionale che, nei tempi strettissimi richiesti, sarà tagliata fuori a tutto vantaggio del mercato multinazionale.

I produttori non avranno ascolto, perché la sedia a rotelle è un feticcio. Come la concessione ad Autostrade e tutto ciò che, di questi tempi, scivola sul piano inclinato della demagogia populista. Poco conta che non serva per distanziare, anzi il contrario. Che costerà quasi un miliardo di debiti caricati sul destino delle generazioni future. Che non faccia una rivoluzione didattica, anzi la offenda come tutti gli specchietti per le allodole. Che discrimini l’imprenditoria nazionale a vantaggio del grande mercato internazionale delle economie di guerra. E che, da ultimo, carichi sui poveri dirigenti scolastici un onere non previsto: smaltire i precedenti arredi, non tutti scadenti, ma trasformati in rifiuti industriali in nome dell’emergenza pandemica.

Nonostante tutte queste controindicazioni, la sedia è già qui, icona di un vuoto di pensiero e di azione. Pronta a ruzzolare insieme con la testa di un Paese malato. La fermi chi può.

Di Alessandro Barbano

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