Investiamo nella Ricerca pubblica italiana

Giulia Pastorella, con il supporto dei Gruppi InnovAzione sostengono il Piano Amaldi.

Tra i tanti effetti negativi della pandemia, forse ce ne è stato uno positivo: ci siamo resi conto dell’importanza della Ricerca, che oggi ha tra i suoi obiettivi quello di portarci sempre più vicini ad un vaccino contro il Coronavirus. È in questo contesto che si inserisce la proposta del professor Ugo Amaldi. Una proposta che si pone l'obiettivo di portare il livello della spesa pubblica in ricerca in Italia al pari di quello tedesco,

Si può riassumere in poche parole: ora che siamo in un momento di forte spesa pubblica, spendiamola bene, aumentando i fondi alla ricerca pubblica che è stata molto trascurata in questi anni. Azione sostiene convintamente questo Piano.

Partiamo da qualche dato.

L’Italia spende in ricerca pubblica solo lo 0,5% del PIL, mentre la Francia spende lo 0,8% e la Germania attorno all’1%. In Italia una politica che ha guardato più alla gestione del proprio consenso che al futuro del paese ha fatto in modo che oggi il paese sotto spenda in Ricerca e spenda troppo per le pensioni, molto più di quanto facciano gli altri paesi.

Eppure se guardiamo agli indotti che derivano dalla Ricerca e Sviluppo, ci rendiamo rapidamente conto di quanto siano importanti. Uno studio del 2019 commissionato dalla European Physical Society dimostra che l’output economico delle industrie che utilizzano le competenze sviluppate nell’ambito della Ricerca e Sviluppo in fisica ammonta al 12% del totale per l’Unione Europea, ossia 1.450 miliardi di euro l’anno. È una cifra decisamente superiore a settori considerati redditizi come il commercio (4,5%), le costruzioni (5,3%) ed i servizi finanziari (5,3%).

Il Piano Amaldi ambisce a recuperare il gap nella ricerca pubblica italiana nell’ottica di rilancio del paese attraverso acquisizione di nuove conoscenze, aumento del numero di persone preparate ad affrontare le sfide correnti, sviluppo di nuove tecnologie e metodi innovativi. Propone di agire immediatamente per utilizzare le ingenti somme a provenienza europea e nazionale per dedicare 1,5 miliardi all’anno in più per la ricerca pubblica per sei anni.

L’obiettivo è raggiungere entro il 2026 il livello tedesco di spesa (1,1%), destinando questi investimenti con stessa proporzione di 2:1 che è presente oggi a ricerca di base e ricerca applicata, quindi 1 miliardo per la ricerca di base e 0,5 per quella applicata. Si tratta di uno spending profile non aggressivo rispetto a tanti altri (si pensino ai 3 miliardi per Alitalia di qualche settimana fa) per invertire una tendenza e rivitalizzare la situazione in anni a venire.

La logica di questa proposta è quella di pensare ai fondi come a degli enablers della ricerca italiana la cui produttività è addirittura superiore a quella di altri paesi. Un ricercatore italiano è 20% più produttivo di uno tedesco e 30% di più di uno francese.  Se ci fossero più investimenti questa produttività dei ricercatori potrebbe esprimersi al meglio.

Il Piano prevede anche un potenziamento del numero delle borse di dottorato e dell’effettivo degli istituti di ricerca privilegiando quelli più produttivi. In effetti sarebbe auspicabile arginare il trend di diminuzione di dottorandi. Purtroppo sempre più giovani decidono di non intraprendere la carriera di ricercatore a causa di bassi salari e anni di precariato.

Sicuramente trovare fondi per la ricerca pubblica è importante ma non bisogna per questo dimenticarsi della terza voce che compone il bilancio totale di spese in Ricerca e Sviluppo, ovvero la ricerca applicata fatta dal settore privato. Purtroppo in Italia gli investimenti delle imprese in sviluppo sperimentale sono 0,9% del Pil, contro l’1,4% in Francia e 2,1% in Germania.

Probabilmente questo scarto è fisiologico e dovuto al tessuto imprenditoriale italiano fatto di piccole e medie imprese che hanno meno capacità di investire in Ricerca e Sviluppo. L’obiettivo del Piano è anche far fronte a questo scarto perché finanziare ricerca e trasferimento tecnologico pubblico rende disponibile tecnologie e innovazioni per il tessuto industriale che possono integrare in processi produttivi e aprire nuovi mercati.

Sicuramente ci sono altri problemi che il Piano Amaldi non affronta e che sarebbero da considerare nelle logiche di distribuzioni di fondi: la scarsa permeabilità tra il mondo della ricerca pubblica e quella delle imprese limita potenzialmente l’effetto del Piano, come pure la bassa valorizzazione di profili di ricercatori nel mondo delle aziende, che è un fattore puramente culturale. Da ultimo, questi fondi potrebbero ambire anche ad incentivare gli spin off attorno alla ricerca universitaria di base e applicata, che non sono la norma in Italia a parte in qualche isola felice. Un cambiamento di rotta su questi aspetti deve andare di pari passo con un aumento di investimenti, che altrimenti rischiano di restare inefficaci.

La logica dietro il sostegno di Azione al Piano Amaldi è bene espressa dalle parole di Federico Ronchetti, ricercatore presso Istituto Nazionale Fisica Nucleare, attualmente al CERN, che si è fatto ambasciatore del Piano Amaldi: «senza ricerca non sarà possibile trasformare l’Italia in una “società della conoscenza” che sia resiliente, dematerializzata, circolare e parca nell’uso di risorse naturali: tutte condizioni necessarie ad affrontare le nuove sfide che si profilano all’orizzonte. Una proposta di rilancio per costruire il futuro».