Nasce un'alleanza strutturale tra PD e M5S

L'intervista di Carlo Calenda a Il Messaggero.

Onorevole Calenda, cosa cambia dopo il risultato su Rousseau?
«Al netto della buffonata che caratterizza questa finta democrazia che conferma sempre le decisioni del vertice, la questione è semplice: nasce un'alleanza strutturale tra Pd e M5S».

Quindi?
«Il partito democratico, almeno per come era stato concepito, Ovvero l'unione di liberal democratici e social democratici in un grande partito riformista a vocazione maggioritaria, è finito. Al suo posto prende forma una saldatura tra due partiti populisti con un'agenda pericolosa».

Vuol dire che la calamita grillina è risultata più forte di quella dem?
«Lo si vede dall'azione di governo. Nel governo precedente, il Conte1, la Lega che pure aveva meno voti del M5S, comandava. Oggi l'agenda la detta il M5S. Dal taglio dei parlamentari alla giustizia, all'Ilva, ad Autostrade. Il Pd è tornato ad essere i Ds, ed è tornato al populismo abbracciando i 5S. Non c'è una sola istanza del Pd che è stata accettata, dallo ius culturae ai decreti sicurezza».

Se sono tornati i Ds è tornata anche quella diversità berlingueriana che caratterizza certa sinistra?
«C'è un tratto di moralismo che aiuta gli ex Ds a superare le contraddizioni politiche e a sposarsi con il giustizialismo grillino. Non hanno più identità politica ma riscoprono assistenzialismo, nazionalizzazioni, giustizialismo e finti moralismi. Una regressione totale. Il Pd, con questa alleanza strutturale e non più tattica nata per arginare Salvini, ha rinunciato al riformismo».

Che ne pensa della remissione delle querele?
«Fa parte di questo. Rimettiamo le querele, perché ci vogliamo bene e siamo la stessa cosa. E chissene importa della dignità. La sinistra massimalista si sta riunendo con i populisti. Non possiamo lasciare il Paese all'alternativa tra fronte populista e fronte Sovranista. Persone che non hanno mai lavorato un giorno fuori dalla politica e che parlano solo per slogan, aizzando le tifoserie una contro l'altra. IL Paese ha urgente bisogno di serietà e pragmatismo. Azione ha questo obiettivo: Rappresentare le istanze dell'Italia seria, quella che lavora, studia e produce».

Se è così, sull’evoluzione del Pd ha avuto ragione lei, ma anche Renzi. Eppure siete su strade diverse.
«Ci siamo sentiti e parlati pochi giorni fa. Ma abbiamo visioni e progetti diversi, perché lui continua a pensare che questa alleanza serva per arginare i sovranisti mentre io penso che sia il modo per rafforzarli, intanto governando in modo disastroso».

C’è Forza Italia.
«Una volta, ora è diventata un appendice della Lega. Basta prendere l'agenda delle nostre giornate politiche e si leggono - non per colpa dei giornali - cose di una vacuità totale, come la polemica sui bonus dei parlamentari, la denuncia di mezzo governo. Non c’è la vita delle persone. Il problema è che avendo speso, male, più di 100 miliardi in poche settimane, siamo sotto anestetico. Non sentiamo che il paziente sta morendo, ma quel momento arriverà e questa classe politica non sarà in grado di affrontare l’emergenza che a partire dall’autunno si abbatterà sul Paese».

L'altro quesito votato su Rousseau mette fine al tetto dei mandati. E’ la fine degli onorevoli-portavoce e la costituzione di professionisti della politica a 5S?
«Ma come si poteva pensare che uno che vendeva bibite allo stadio sarebbe tornato alla sua occupazione dopo essere stato vicepremier e ministro degli Esteri. Era da subito evidente che si sarebbe aggrappato con i rampini alla poltrona. Faccio l'esempio di Di Maio, ma vale per il 99.9% dei grillini, persone che non hanno alcuna vita professionale a cui tornare».

La Raggi può così ricandidarsi, ma per ora non si vedono sfidanti. Che accade?
«L'area riformista dovrà trovare un candidato perché mi pare evidente che il PD sceglierà la linea di minor resistenza alla Raggi».

Ovvero? Pensa che possano contrapporre alla Raggi un candidato debole?
«Sì. Io avevo fatto una proposta, un bravissimo amministratore come Fuortes che all’Opera di Roma ha fatto un lavoro straordinario fronteggiando anche i sindacati degli enti lirici, ma non sono i profili che vogliono. A loro interessa fare delle primarie tra funzionari di partito».

A sinistra pesa ancora l’esito della vicenda Marino?
«A Roma nel Pd è in atto una guerra tra bande da tempo immemorabile. Penso sia la peggiore classe dirigente della Penisola e non ne ha mai azzeccata una da Veltroni in poi. Ora non vogliono persona forte ma una spartizione con i 5S».

Però pure a lei era stato chiesto un impegno.
«Non mi è stato mai chiesto. Penso che il Pd prima di fare il mio nome si butterebbe nel Tevere con 500 chili alla caviglia. Inoltre io sto facendo un lavoro a mio avviso fondamentale con Azione. Ma abbiamo sempre dato la nostra disponibilità a discutere su Roma in modo serio. Ma se invece vogliono fare le primarie tra funzionari, se la vedano loro».

Eppure Roma è sempre stata un laboratorio importante...
«Lo sarà anche questa volta, a Roma ci sarà la fusione tra Pd e M5S, contro l'appoggio dei Grillini a Sala, che per questo è andato in pellegrinaggio da Grillo. Quindi noi troveremo un'altra soluzione per Roma. Un nome forte sul quale lavoreremo da settembre».

 

Il Messaggero - Marco Conti