Afghanistan, un rientro non un abbandono

 

10 giugno 2021

 

Camporini: "Serve una visione politica condivisa e lungimirante da parte dell'UE, meno nazionalistica e più unitaria".

Un rientro, non un abbandono: questo deve essere ben chiaro a tutti i decisori politici dei Paesi che in forme e pesi diversi hanno partecipato allo sforzo della comunità internazionale per l’Afghanistan.

Contrariamente alle sensazioni epidermiche delle nostre opinioni pubbliche, le risorse dispiegate in quel territorio a partire dall’ottobre 2001 e l’alto prezzo pagato, anche in termini di vite umane, non sono state spese invano: l’Afghanistan di oggi non assomiglia a quello di venti anni fa, basti pensare al tasso di scolarità e al rilievo acquisito dalle donne nella vita pubblica. Si tratta di progressi significativi, che hanno inciso in un ambiente culturale che poteva apparire refrattario. Ma sono progressi ben lungi dall’essere stabilizzati e che possono rapidamente regredire senza il concreto supporto dei Paesi della coalizione internazionale.

Si tratta di un supporto di tipo economico, finanziario, istituzionale, culturale per nulla scontato e di non semplice attuazione, per la necessità di uno stretto coordinamento, al fine di garantirne l’efficacia: se per gli aspetti militari in questi anni la coalizione ha potuto agire in modo sinergico lo si deve al fatto che era la Nato incaricata della gestione operativa e che nel quartier generale di Isaf erano ben chiari compiti e responsabilità, con una catena di comando esemplarmente individuata. Non è accaduto lo stesso nell’ambito della cooperazione civile dove, come accoratamente lamentato da Kai Eide, capo della missione Onu in Afghanistan dal 2008 al 2010, ogni Paese donatore agiva autonomamente, senza neppure scambiare le informazioni sulle proprie attività con gli altri Paesi e con il quartier generale delle Nazioni Unite, con il risultato di sovrapposizioni in certi settori e di sostanziali carenze in altri e con buona pace dell’efficacia complessiva.

Nella nuova situazione, in cui mancherà il riferimento unificante della missione militare, sarà ancora più necessario definire rapidamente pragmatici meccanismi di coordinamento, possibilmente con una gestione unitaria, in modo da ottimizzare i risultati a fronte delle risorse che ciascun Paese renderà disponibili, ma anche da acquisire una voce politicamente autorevole nei confronti della dirigenza afghana, quale emergerà dalle dinamiche – sperabilmente pacifiche – tra le forze delle varie componenti della società; non si tratta certo di imporre una condizionalità forzata, bensì di avere la capacità di esercitare una moral suasion, che consenta di consolidare i progressi ottenuti a così caro prezzo e di agevolare il compito alle componenti illuminate del panorama politico locale.

La missione afghana in tutti questi anni ha assorbito risorse militari ingenti, in particolare da parte italiana, che aveva la responsabilità della regione di Herat, poco meno di un quarto di tutto il Paese. Si tratta di risorse indubbiamente pregiate in questa specifica contingenza storica così incerta per la stabilità di aree di importanza cruciale per gli interessi nazionali ed europei: non si può non pensare al continente africano a nord dell’Equatore, la cui governabilità è cruciale e in cui le leadership locali hanno certamente bisogno di un concreto supporto, anche fisico, il che sarebbe totalmente miope ignorare.

Peraltro, la stagione dei rapporti all’interno dell’Unione, con una ritrovata sintonia tra palazzo Chigi ed Eliseo, sembra orientata ad un atteggiamento meno nazionalistico e più unitario, che può favorire un’azione più efficace e con risultati che non siano effimeri: non ci dovremo pertanto stupire se la fine dell’impegno militare in Afghanistan coinciderà con una rinnovata disponibilità a un dispiegamento nell’emi-continente nordafricano, in stretta sinergia con Francia, Germania ed altri membri dell’Unione europea.

Essenziale sarà una visione politica condivisa e lungimirante, che si liberi dei particolarismi del passato anche recente, che ha spalancato le porte ad attori finora estranei e che hanno finalità che non coincidono certo con gli interessi nostri e dell’UE.

Vincenzo Camporini, responsabile Sicurezza e Difesa

Questo articolo è stato pubblicato in data odierna su www.affarinternazionali.it.

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